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	<title>Giustizia Climatica</title>
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	<description>Esplorando il nesso tra giustizia sociale, politica e cambiamenti climatici</description>
	<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 22:14:47 +0000</pubDate>
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		<title>Accordo di Copenhagen? Ad oggi significa 775 ppm e +3.9 gradi nel 2100</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 22:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[COP15]]></category>

		<category><![CDATA[Clima]]></category>

		<category><![CDATA[Copenhagen Accord]]></category>

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		<description><![CDATA[Un&#8217;analisi di Climate Interactive sugli impegni registrati negli allegati dell&#8217;Accordo di Copenhagen al 4 Febbraio mostra come tali impegni determinerebbero nel 2100 una concentrazione di CO2 nell&#8217;atmosfera di 775ppm, ed un aumento della temperatura media terrestre di 3.9 gradi centigradi.



Da notare come la traiettoria denominata low emission path, che dovrebbe rappresentare la traiettoria precauzionale, risulterebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;analisi di <a href="http://www.climatescoreboard.org" target="_blank">Climate Interactive</a> sugli impegni registrati negli allegati dell&#8217;Accordo di Copenhagen al 4 Febbraio mostra come tali impegni determinerebbero nel 2100 una concentrazione di CO2 nell&#8217;atmosfera di 775ppm, ed un aumento della temperatura media terrestre di 3.9 gradi centigradi.</p>
<div>
<a href="http://climateinteractive.org/scoreboard/scoreboard-science-and-data"><img src="http://www.giustiziaclimatica.org/imgs/scoreboard-04022010.png" width="537" height="331" /></a>
</div>
<p>Da notare come la traiettoria denominata <em>low emission path</em>, che dovrebbe rappresentare la traiettoria precauzionale, risulterebbe in concentrazioni di gas serra pari a 470ppm, ben al di sopra sia alla soglia di 350ppm, simbolo della grande campagna 350.org e soglia massima per poter sperare di mantenere l&#8217;incremento della temperatura media terrestre entro i 2 gradi centigradi, sia di soglie inferiori invocate da paesi africani, piccoli Stati insulari e alcuni paesi sudamericani come la Bolivia, al fine di evitare disastri climatici regionali.</p>
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		<title>Obiettivi e aspirazioni registrate in appendice all&#8217;Accordo di Copenhagen alla prima scadenza</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 14:15:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[COP15]]></category>

		<category><![CDATA[UNFCCC]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 31 gennaio rappresentava la prima scadenza contenuta nel testo dell&#8217;Accordo di Copenhagen. Dopo vari inviti della Presidenza della COP15 Rasmussen perchè le parti della Convenzione sul Clima si associassero all&#8217;Accordo, 55 paesi, tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, si sono associati a tale Accordo ed hanno registrato in vario modo i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 31 gennaio rappresentava la prima scadenza contenuta nel <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/19/nome-in-codice-l7-disaccordo-di-copenhagen/">testo dell&#8217;Accordo di Copenhagen</a>. Dopo vari inviti della Presidenza della COP15 Rasmussen perchè le parti della Convenzione sul Clima si associassero all&#8217;Accordo, <a href="http://alertnet.org/thenews/newsdesk/LDE6102CU.htm" target="_blank">55 paesi</a>, tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo, si sono associati a tale Accordo ed hanno registrato in vario modo i propri obiettivi o le proprie aspirazioni in relazione alla riduzione delle emissioni dei gas serra. L&#8217;elenco completo è disponibile sul sito della UNFCCC: <a href="http://unfccc.int/home/items/5265.php" target="_blank">paesi in via di sviluppo</a> e <a href="http://unfccc.int/home/items/5264.php" target="_blank">paesi industrializzati</a>. È bene ricordare che mentre per i paesi industrializzati si tratta di <em>Quantified economy-wide emissions targets for 2020</em> (ossia obiettivi nazionali quantificati di riduzione delle emissioni al 2020), per i paesi in via di sviluppo si tratta di &#8220;azioni&#8221; specifiche, ovverossia <em>Nationally appropriate mitigation actions</em> (ossia azioni di mitigazione appropriate a ciascun paese). è bene anche sottolineare come per la maggior parte, gli obiettivi di mitigazione dei paesi industrializzati corrispondono alle <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/03/le-promesse-da-mantenere-a-copenhagen-sulle-riduzioni-di-co2/">&#8220;promesse&#8221; pre-Copenaghen</a>.</p>
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		<title>Nome in codice &#8220;L.7&#8243;: (dis)Accordo di Copenhagen</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 18:39:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Analisi]]></category>

		<category><![CDATA[COP15]]></category>

		<category><![CDATA[Giustizia Climatica]]></category>

		<category><![CDATA[Politica Economica]]></category>

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		<category><![CDATA[diritto internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[FCCC/CP/2009/L.7: questo è il nome in codice completo e ufficiale del documento datato 18 Dicembre 2009, e che va anche col nome di Copehagen Accord, ovvero Accordo di Copenhagen. La realtà però è più in sintonia con il nome di Disaccordo di Copenhagen, dal momento che questo accordo è nato in maniera e con contenuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://unfccc.int/resource/docs/2009/cop15/eng/l07.pdf" target="_blank">FCCC/CP/2009/L.7</a>: questo è il nome in codice completo e ufficiale del documento datato 18 Dicembre 2009, e che va anche col nome di Copehagen Accord, ovvero Accordo di Copenhagen. La realtà però è più in sintonia con il nome di Disaccordo di Copenhagen, dal momento che questo accordo è nato in maniera e con contenuti che manifestano con molta chiarezza la profonda spaccatura in seno alla UNFCCC e alle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici - e non solo. La <a href="http://unfccc.int/files/meetings/cop_15/application/pdf/cop15_cph_auv.pdf" target="_blank">Conferenza delle Parti ha potuto solo &#8220;prendere nota&#8221;</a> di questo documento-accordo (&#8221;<em>The Conference of the Parties, Takes note of the Copenhagen Accord of 18 December 2009</em>&#8220;), mancando il consenso unanime necessario per l&#8217;adozione formale di una decisione della COP, e cioè la Conferenza delle Parti, organo di governo della Convenzione sul Clima. Ma diamo una breve e preliminare occhiata al valore giuridico del (dis)accordo, e al suo contenuto. <span id="more-585"></span><br />
Come riporta <a href="http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/ambiente/conferenza-copenaghen-2/caos-copenaghen/caos-copenaghen.html" target="_blank">Repubblica</a>, il presidente della sessione plenaria della Conferenza ha dichiarato che &#8220;la conferenza decide di prendere nota dell&#8217;Accordo di Copenaghen del 18 dicembre del 2009&#8243;.  Che vuol dire? Il documento L.7 che va sotto il nome di Copenhagen Accord non ha seguito le procedure standard delle COP, ossia preparazione della bozza e presentazione (normalmente ad opera della presidenza della COP o del Gruppo di Lavoro specifico, sulla base di documenti presentati dalle parti, e delle discussioni nelle varie sedute negoziali) alle parti e discussione plenaria che porta all&#8217;adozione con forma di consenso. Questo documento è stato preparato in via del tutto non trasparente da un gruppo ristretto di Parti della Convenzione - Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sud Africa - e da loro approvato, per poi essere presentato in seduta plenaria per l&#8217;approvazione, come dire, di punto in bianco. Operazione avvenuta dietro &#8220;porte chiuse&#8221;, e non resa più trasparente per via di un secondario coinvolgimento di &#8220;un&#8217;altra dozzina&#8221; di paesi (<a href="http://climate.bna.com/subscriber/World.Climate.Change.Report.html?d=A0C1R8V6Q2&#038;dt=News" target="_blank">come riporta Yvo de Boer</a>, Segretario Esecutivo della UNFCCC), tra i quali Francia e Gran Bretagna. Approvazione che, da quanto risulta da vari membri di Climate Justice Now! ancora al Bella Center stanotte, è stata richiesta senza dare tempo sufficiente per visionare e capire il documento, e senza che lo stesso fosse disponibile in numero sufficiente di copie, o in ogni rilevante traduzione.<br />
Che valore giuridico ha quindi questo Copenhagen Accord? Nessun valore giuridico specifico e vincolante. Ha un valore politico-programmatico, ed ha una funzione &#8220;operativa&#8221; (&#8221;<em>this Copenhagen Accord [...] is operational immediately</em>&#8220;), nel senso che chi aderisce al documento dovrà provvedere, entro il 31 Gennaio 2010, a presentare e a registrare in appendice i propri obiettivi di riduzione delle emissioni. Questo sembra tra l&#8217;altro riflettere il modello ipotizzato - e preferito - dagli Stati Uniti già da un pezzo (come abbiamo già discusso nell&#8217;articolo <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/10/25/aspettando-cop15-requiem-per-il-protocollo-di-kyoto/">Requiem per il Protocollo di Kyoto</a>), modello che prevede impegni volontari e basati su legislazioni nazionali, equivalente natura giuridica degli impegni per paesi industrializzati e per paesi in via di sviluppo, grande enfasi su tecnologia e mercati del carbonio, nessuna sul consumo.</p>
<p>Il documento poi &#8220;riconosce&#8221; il punto di vista sicentifico secondo cui l&#8217;aumento della temperatura media terrestre dovrebbe essere contenuto entro i 2 gradi centigradi, e - pur nel quadro di un accenno debolmente politico verso il raggiungimento di questo obiettivo - prevede che i paesi industrializzati (le Parti incluse dell&#8217;Allegato I):</p>
<blockquote><p>commit to implement individually or jointly the quantified economy-wide emissions targets for 2020, to be submitted in the format given in Appendix I by Annex I Parties to the secretariat by 31 January 2010 for compilation in an INF document</p></blockquote>
<p>Il modello della registrazione in appendice di obiettivi volontari, come accennato. Lo stesso meccanismo di registrazione in appendice è previsto per i paesi in via di sviluppo - ad eccezione dei paesi più poveri e dei paesi-isole - anche se prevede &#8220;<em>actions</em>&#8221; piuttosto che obiettivi di mitigazione in senso stretto. Questo è un chiaro tentativo di rimodellare l&#8217;intero regime climatico, allontanandosi dal Protocollo di Kyoto e dalle modalità in esso contenute per allocare le &#8220;<a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/07/30/il-principio-delle-comuni-ma-differenziate-responsabilita/">comuni ma differenziate responabilità</a>&#8220;. Il resto del documento offre ben poco d&#8217;interessante, se si fa eccezione alle previsioni di un fondo di 30 miliardi di dollari l&#8217;anno fino al 2012 finalizzato all&#8217;adattamento dei paesi in via di sviluppo, e della menzione di una volontà di mobilitare ulteriori 100 miliardi di dollari l&#8217;anno entro il 2020. Questi fondi però lasciano intravedere l&#8217;ombra lunga del mercato del carbonio, che si prevede possa raggiungere presto un valore di 3.000 miliardi di dollari annui. </p>
<p>Che altro? Il documento prevede la creaione di un Technology Mechanism, che dovrà prendere il posto dell&#8217;organismo attuale, e facilitare ricerca, sviluppo, diffusione e trasferimento di tecnologie &#8220;climatiche&#8221;, con tutti i problemi sollevabili e sollevati nella <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/05/dichiarazione-della-societa-civile-su-tecnologia-e-precauzione-alla-cop-15-di-copenhagen/">dichiarazione su tecnologia e precauzione</a> presentata durante la COP15 da una coalizione ad hoc (e alla cui stesura abbiamo contribuito).</p>
<p>L&#8217;ultimo paragrafo prevede poi di rivedere il tutto nel 2015, al fine di considerare l&#8217;efficacia dei passi intrapresi, e introduce la possibilità di considerare anche di &#8220;stringere&#8221; la soglia precauzionale di aumento della temperatura media terrestre, con riferimento a 1.5 gradi centigradi. Quest&#8217;ultimo riferimento, ricordiamo, è stato adottato come obiettivo minimo dal gruppo africano (che insieme ad alcuni paesi latinoamericani, in particolare la Bolivia, ed ai paesi-isola mirano invece ad una soglia di 1 grado), dal momento che anche un aumento della tempratura media di 2 gradi verrebbe a corrispondere ad un aumento continentale di 3,5 gradi, e quindi porterebbe a disastrose conseguenze per i popoli del continente africano. Nel quadro di questo documento il riferimento sembra però solo un artifizio retorico mirato a procurare consenso.</p>
<p>Il contenuto di questo documento quindi appare decisamente debole, senza obiettivi specifici di mitigazione (e considerando le promesse sul tavolo&#8230;vedi articolo <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/17/verso-la-catastrofe-climatica-nuovo-documento-segreto-emerge-a-copenhagen/">Verso la catastrofe climatica? Nuovo documento “segreto” emerge a Copenhagen</a>), con obiettivi deboli di finanziamento per l&#8217;adattamento: per mettere in prospettiva il vago obiettivo dei 100 miliardi di dollari per il 2020, va considerato che le cifre comunemente citate come necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici nei paesi poveri sono nell&#8217;ordine delle centinaia di miliardi di dollari l&#8217;anno. Inoltre non c&#8217;è stata alcuna decisione in materia di deforestazione, tecnologia, riduzione dei consumi, chiara assunzione di responsabilità da parte dei paesi industrializzati, nonché nessun mandato specifico circa l&#8217;adozione di un Trattato di Diritto Internazionale (ossia giuridicamente vincolante).</p>
<p>Rimane infine da offrire qualche riflessione sul concetto di &#8220;<em>shared vision</em>&#8220;, quella visione condivisa posta alla base del processo iniziato a Bali e documentato nel Bali Action Plan. Questa visione condivisa non esiste. Le contrapposizioni non sono solo più da trovarsi in quell&#8217;interesse egositico-economico che è accettato (quasi) universalmente come realtà politica sottostante al diritto internazionale. Le contrapposizioni sono molto più profonde, e non sembra possibile riconciliarle in seno alle Nazioni Unite al momento. Questo dato è sottolineato da due fatti: in primo luogo l&#8217;accordo è stato preparato e approvato da un numero molto ristretto di paesi, in maniera non trasparente, ed è stato consegnato per &#8220;approvazione&#8221; alle altre parti quasi come un ultimatum: questo passa il convento, è bene accettarlo. In secondo luogo il ruolo delle Nazioni Unite, che si sono &#8220;prestate&#8221; a questo giuoco politico e di potere, con addirittura Ban ki moon che ha &#8220;benedetto&#8221; il raggiungimento di questo accordo come un &#8220;inizio essenziale&#8221;. Ban ki Moon e le Nazioni Unite hanno perso fortemente credibilità a Copenhagen. E poi, questo nuovo multilateralismo americano, tanto atteso, si è rivelato un club dei più forti: che sia G20, G8, G2, G-chiunque-sia-necessario-e-disponibile come a Copenhagen, il Diritto Internazionale sembra prendere una piega nuova. Il nuovo elemento è semmai rappresentato dalla necessità, per gli Stati Uniti, di venire a termini con Cina, India, Brasile - i paesi del nuovo blocco chiamato BASIC - e di poter relegare ad un ruolo marginale l&#8217;Europa.</p>
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		<title>Collasso alla COP15: niente accordo, niente tagli, niente di niente</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 09:14:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[COP15]]></category>

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Foto di Greenpeace Finland

Sudan, Bolivia, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Tuvalu&#8230;&#8230;uno dopo l&#8217;altro i paesi del G77 hanno preso la parola durante la riunione plenaria di questa notte/mattina, e hanno dichiarato che il testo di accordo preparato e proposto da USA, Cina, India e Sud Africa (e con il tiepido supporto dell&#8217;Unione Europea, resa secondaria da questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<img src="http://www.giustiziaclimatica.org/imgs/obama-shame.jpg" />
<div style="font-size:8px;">Foto di Greenpeace Finland</div>
</div>
<p>Sudan, Bolivia, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Tuvalu&#8230;&#8230;uno dopo l&#8217;altro i paesi del G77 hanno preso la parola durante la riunione plenaria di questa notte/mattina, e hanno dichiarato che il testo di accordo preparato e proposto da USA, Cina, India e Sud Africa (e con il tiepido supporto dell&#8217;Unione Europea, resa secondaria da questo accordo a quattro) è inaccettabile. Le reazioni di società civile e delegati dei paesi del G77 sono state molto forti, e la dicono lunga sulla deluzione e sulla rabbia che questa fase finale della COP ha generato. <span id="more-582"></span><br />
BillMcKibben, fondatore di <a href="http://www.350.org">350.org</a> ha dichiarato che Obama ha distrutto le Nazioni Unite. Il Presidente di Tuvalu che &#8220;sono stati offerti 30 denari d&#8217;argento per tradire il nostro popolo. Ma il nostro popolo non è in vendita&#8221;. Il Sudanese Lumumba ha dichiarato che &#8220;nessuno, nemmeno Obama, può costringere l&#8217;Africa all&#8217;autodistruzione&#8221;, e che il documento offerto è un suicidio per l&#8217;Africa, è un patto che incenerirà l&#8217;Africa, per mantenere il dominio economico di pochi Stati. Evo Morales, nel suo discorso durante la seduta plenaria, ha detto:</p>
<blockquote><p>I am very worried about the way this document is being approved by presidents who arrived at the last minute. There are presidents who arrived a few days ago, respecting the processes for coming to an agreement. We recognise the words of Secretary General of UN who said that “now has arrived the moment of everyone,” not of just a few. We denounce here that there are a group of presidents who are deciding for a few, not for everyone, let alone fighting for life and humanity. I share some words of presidents who spoke this morning that we should leave proudly from this event, that this should be about working democratically and transparently to save lives. I also want to draw attention to the words of Obama, who said we didn’t come to talk but to act. However if he wants to act then he should comply with Kyoto Protocol. This is acting not talking. From this point let all money that is spent on wars be spent instead on saving human lives planet. This will be proof that we are here not just to talk but to act.</p></blockquote>
<p>E questo mentre i leader Europei cercano di assecondare Obama e premono per un accordo. Addirittura <a href="http://www.guardian.co.uk/environment/2009/dec/19/copenhagen-reaction">Gordon Brown considera questo accordo un successo</a>.  Le ultime notizie davano la riunione in pausa, e il Presidente delal COP15, e Primo Ministro Danese Rasmussen pronto a gettare la spugna. Ora pare che lo stesso Ban ki Moon proverà a rompere l&#8217;impasse, e l&#8217;intenzione sembra che si voglia &#8220;forzare&#8221; un accordo, non importa quanto povero di significato sostantivo, quanto elitista la procedura, e quanta la resistenza&#8230;..eppure niente accordo è meglio di un cattivo accordo, che potrebbe costringere il futuro su un binario distruttivo. Un mancato accordo garantisce almeno la possibilità di riprovare, e di definire un piano che sia efficace ed equo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Accordo per pochi alla COP15, alla faccia del multilateralismo</title>
		<link>http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/18/accordo-per-pochi-alla-cop15-alla-faccia-del-multilateralismo/</link>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 00:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[COP15]]></category>

		<category><![CDATA[politica climatica]]></category>

		<category><![CDATA[bolivia]]></category>

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		<category><![CDATA[Obama]]></category>

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		<description><![CDATA[Le ultime notizie dalla COP15 a Copenhagen sono poco rassicuranti, nonostante il discorso di Obama, in quale aveva sottolineato stamattina la necessità di raggiungere un accordo, anche se imperfetto. Ma questo Copenhagen Accord che pare sia stato raggiunto è un brutto accordo da un punto di vista sostantivo, ma è ancor peggiore da un punto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le ultime notizie dalla COP15 a Copenhagen sono poco rassicuranti, nonostante il discorso di Obama, in quale aveva sottolineato stamattina la necessità di raggiungere un accordo, anche se imperfetto. Ma questo Copenhagen Accord che pare sia stato raggiunto è un brutto accordo da un punto di vista sostantivo, ma è ancor peggiore da un punto di vista procedurale. Il New York Times riporta che un membro della delegazione americana ha rilasciato la <a href="http://dotearth.blogs.nytimes.com/2009/12/18/a-climate-deal/" target="_blank">seguente dichiarazione</a>: <span id="more-580"></span></p>
<blockquote><p>Today, following a multilateral meeting between President Obama, Premier Wen, Prime Minister Singh, and President Zuma a meaningful agreement was reached. Its not sufficient to combat the threat of climate change but its an important first step.</p>
<p>    We entered this negotiation at a time when there were significant differences between countries. Developed and developing countries have now agreed to listing their national actions and commitments, a finance mechanism, to set a mitigation target of two degrees celsius and to provide information on the implementation of their actions through national communicatios, with provisions for international consultations and analysis under clearly defined guidelines.</p>
<p>    No country is entirely satisfied with each element but this is a meaningful and historic step forward and a foundation from which to make further progress.</p>
<p>    We thank the emerging economies for their voluntary actions and especially appreciate the work and leadership of the europeans in this effort. </p></blockquote>
<p>La scelta dell&#8217;espressione &#8220;multialteral meeting&#8221; sembra proprio poco azzeccata, dal momento che a tale riunione hanno partecipato ben pochi paesi. Ma i temi sono tanti: la linea diplomatica che passa attraverso USA, Cina e India, e molto meno attraverso l&#8217;Europa; Il votlafaccia del leader dei negoziati del gruppo africano, Zenawi, il quale è passato da richieste radicali (incluse il boicottaggio dei negoziati) a posizioni in linea con le richieste statunitensi; l&#8217;aver tagliato fuori dalle fasi cruciali del negoziato il G77; infine il precedente problematico in relazione al ruolo delle Nazioni Unite. Nelle prossime settimane ci sarà da analizzare i vari aspetti in una prospettiva politica dinamica a ggiuntiva rispetto alle questioni sostantive su obiettivi di mitigazione (che appaiono molto deboli), di finanziamento per l&#8217;adattamento, di equità.</p>
<p>E Obama, annunciando questa intesa, ha detto che &#8220;per la prima volta nella storia tutte le maggiori economie hanno deciso un&#8217;azione contro i mutamenti climatici&#8221;. Per fornire una prospettiva diversa su questo fatto &#8220;storico&#8221;, possiamo chiudere questo post con il comunicato stampa della Bolivia, che considera questo accordo inaccettabile:</p>
<blockquote><p>
<strong>Bolivia calls Copenhagen climate accord “unacceptable”</strong></p>
<p>Copenhagen, 14 December 2009 - As President Obama announced that major states had reached a deal in Copenhagen, Bolivia&#8217;s ambassador to the UN, Pablo Solon angrily denounced the released text of the agreement:</p>
<p>“This is completely unacceptable. How can it be that 25 to 30 nations cook up an agreement that excludes the majority of more than 190 nations. We have been negotiating for months on one of the gravest crises of our age, and yet our voice counts for nothing? If this is how world agreements will now be agreed, then it makes a nonsense of the UN and multilateralism.”</p>
<p>Pablo Solon also condemned the substance of the agreement:</p>
<p>“The agreement talks of setting targets that limit warming to 2 degrees. The leaders of the rich countries should come to Bolivia to see what global warming is already doing to our country. We have droughts, disappearing glaciers and water shortages. Imagine this scaled up three times. We cannot accept an agreement that condemns half of humanity”</p></blockquote>
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		<title>Verso la catastrofe climatica? Nuovo documento &#8220;segreto&#8221; emerge a Copenhagen</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 21:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Un nuovo documento &#8220;segreto&#8221; è emerso in queste ore alla COP15. Il documento è una bozza ufficiale della segreteria della UNFCCC, ed è una &#8220;brutta&#8221; piena di scarabocchi, annotazioni e sottolineature. Il documento è un resoconto del quadro aggregato delle prevedibili riduzioni delle emissioni di gas serra, che comprende sia le &#8220;promesse&#8221; dei paesi industrializzati, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://live.tcktcktck.org/wp-content/uploads/leaked-secritariat-doc-degrees.pdf" target="_blank"><img src="http://www.giustiziaclimatica.org/imgs/leaked-draft.jpg" align="left" /></a><a href="http://live.tcktcktck.org/wp-content/uploads/leaked-secritariat-doc-degrees.pdf" target="_blank">Un nuovo documento &#8220;segreto&#8221;</a> è emerso in queste ore alla COP15. Il documento è una bozza ufficiale della segreteria della UNFCCC, ed è una &#8220;brutta&#8221; piena di scarabocchi, annotazioni e sottolineature. Il documento è un resoconto del quadro aggregato delle prevedibili riduzioni delle emissioni di gas serra, che comprende sia le &#8220;promesse&#8221; dei paesi industrializzati, sia gli obiettivi volontari che vari paesi in via di sviluppo hanno presentato nelle settimane precedenti la COP15. Il documento compara questi dati aggregati con le proiezioni relative allo scenario dell&#8217;ultimo rapporto dell&#8217;IPCC, che prevede una soglia massima delle emissioni di 450ppm. Il risultato? <span id="more-571"></span><br />
Il dato aggregato delle riduzioni delle emissioni porterebbe a concentrazioni di gas serra nell&#8217;atmosfera di 550ppm (pagina 5 del documento), ben al di sopra della soglia indicata dall&#8217;IPCC, e ancor di più di quella soglia precauzionale individuata in 350ppm (ora le concentrazioni sono a 380ppm). Questa soglia produrrebbe poi un aumento della temperatura media terrestre di almeno 3 gradi centigradi. Dalla conclusione del documento emerge infatti chiaramente che esiste un gap di 1,9-4,2Gt di CO2 tra i dati aggregati (promesse più azioni volontarie) e l&#8217;ammontare di CO2 che può essere emessa rimando all&#8217;interno della soglai indicata dall&#8217;IPCC. Se questo gap rimarrà &#8220;scoperto&#8221;, il picco delle emissioni avverrà più tardi del 2020, e quindi le emissioni rimarranno su un binario insostenibile che determinerà un livello di concentrazione di gas serra nell&#8217;atmosfera pari, o superiore, a 550ppm, ed un correlato aumento della temmperatura media terrestre pari, o superiore a 3 gradi centigradi. Una catastrofe!</p>
<div style="border:1px solid black;">
<a href="http://live.tcktcktck.org/wp-content/uploads/leaked-secritariat-doc-degrees.pdf" target="_blank"><img src="http://www.giustiziaclimatica.org/imgs/leaked-draft-shot.jpg" width="" height="" /></a>
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		<title>La COP15 in un clima di confusione, repressione e ingiustizia</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 20:15:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi 2-3 giorni gli aggiornamenti, le novità e le sorprese dalla COP15 si sono susseguiti continuamente. In attesa della fine della Conferenza, e del tempo - sufficiente e necessario - per un&#8217;analisi approfondita, proponiamo tre chiavi di lettura per capire quello che sta succedendo: confusione, repressione e ingiustizia. 
Confusione
La confusione si è palesata da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi 2-3 giorni gli aggiornamenti, le novità e le sorprese dalla COP15 si sono susseguiti continuamente. In attesa della fine della Conferenza, e del tempo - sufficiente e necessario - per un&#8217;analisi approfondita, proponiamo tre chiavi di lettura per capire quello che sta succedendo: confusione, repressione e ingiustizia. <span id="more-564"></span></p>
<h2>Confusione</h2>
<p>La confusione si è palesata da varie direzioni: in relazione alle procedure tecnico-burocratiche per ottenere i <em>badge</em> necessari per entrare (soprattutto i cosiddetti &#8220;badge secondari&#8221;, necessari per la seconda parte della Conferenza, e ridotti due terzi rispetto alla prima settimana); questo ha portato a code lunghissime al Bella Center, e senza garanzia di successo. Ad un seminario (&#8221;Allocating the Carbon Budget: Fresh perspectives&#8221;) al <a href="http://www.klimaforum09.org" target="_blank">KlimaForum</a> cui stavamo partecipando, è stato annunciato che uno dei relatori - <a href="http://www.cseindia.org/aboutus/sn_biodata.htm" target="_blank">Sunita Narain</a> - avrebbe dato forfait perchè essendo stato in fila al Bella Center per varie ore senza aver ancora ottenuto il badge, non avrebbe abbandonato la fila a mani vuote. In relazione alle procedure di preparazione delle bozze negoziali, a volte a porte chiuse e con gruppi ristretti di lavoro (<a href="http://">come abbiamo già discusso a proposito della bozza &#8220;segreta&#8221;</a>). In relazione alle promesse, discussioni, pressioni, contraddizioni che si sono rincorse - e ancora si rincorrono - circa obiettivi di mitigazione, finanziamento per l&#8217;adattamento, REDD e protezione delle foreste, Kyoto o non Kyoto. In relazione al tipo di risultato che sarà raggiunto alla fine della Conferenza. A questo proposito, dopo il lungo ridimensionamento delle aspetttive dei mesi precedenti COP15, si è passati ad una schizofrenia durante la COP15: il governo danese cerca in tutti i modi di raggiungere un obiettivo vincolante, seppure solo politicamente, mentre la Cina proprio in queste ore ha annunciato che un accordo sarà impossible, e che si potrà ottenere solo una vaga dichiarazione politica; questo però proprio quando gli Stati Uniti hanno annunciato di voler aderire ad un Fondo sul Clima di 100 miliardi di dollari, finalmente una cifra che ottiene l&#8217;attenzione dei paesi del G77 (mentre fino a oggi le cifre messe sul tavolo non erano superiori ai 10 milairdi di dollari). Infine le dimissioni del presidente della Conferenza, Connie Hedegaard, Ministro del Clima danese. Il governo danese, e il Primo Ministro che l&#8217;ha sostituita, annunciano che si tratta di un fatto procedurale, collegato alla fase di alto livello degli ultimi due giorni, e che richiede che la COp sia presieduta dal Primo Ministro. Certa stampa sostiene invece che la Hedegaard si sia dimessa in seguito a lamentele dei paesi in via di sviluppo - e soprattutto africani - per via della gestione poco trasparente dei negoziati e delle procedure, con particolare riferimento <a href="http://">al testo segreto dell&#8217;8 Dicembre</a>.</p>
<h2>Repressione</h2>
<p>La repressione. Che dire. A parte le manifestazione materiali (più di mille arresti preventivi, l&#8217;arresto di coordinatori e portavoce, la confisca di materiale e biciclette, l&#8217;uso indiscriminato di lacrimogeni, pepper spray, manganelli, forza e violenza), il problema principale a nostro modo di vedere risiede nel tentativo - in parte riuscito - di comprimere o addirittura eliminare la libertà di espressione: tentativo che sembra eminentemente di repressione politica. In questo, la legge &#8220;anti attivisti del clima&#8221;, passata in Danimarca proprio alla vigilia della COP15 (e la quale consente di fermare un individuo se ci sia il sospetto che possa creare nel prossimo futuro problemi per l&#8217;ordine pubblico) è stata applicata a mani larghe. In più, vi sono stati attacchi specifici contro alcuni leader del movimento Climate Justice Action, ed in particolare Tadzio Müller, che è strato arrestato il giorno prima dell&#8217;azione Reclaim Power, che Müller aveva contribuito a coordinare sin dall&#8217;inizio. Questo subito dopo una conferenza stampa cui Müller aveva partecipato, e in cui si discuteva l&#8217;azione del giorno dopo. La motivazione dell&#8217;arresto: incitazione a delinquere, quando Tadzio è stato, durante tutto il percorso di coordinamento di Reclaim Power, sempre difensore di non violenza e azioni pacifiche.<br />
L&#8217;arroganza delle forze dell&#8217;ordine e della &#8220;sicurezza&#8221; del Bella Center si è resa lampante anche durante l&#8217;azione Reclaim Power, quando è stata impedita la riunione dei dimostranti esterni con il gruppo proveniente dall&#8217;interno del Bella Center per unirsi ai dimostranti, e raggiungere l&#8217;obiettivo dell&#8217;azione, che era quello di creare uno spazio alternativo di discussione - una assemblea popolare - a fronte del fallimento dei negoziati ufficiali. Un <a href="http://www.guardian.co.uk/environment/video/2009/dec/17/copenhagen-climate-change" target="_blank">video del The Guardian mostra riprese significative</a>.<br />
Ma v&#8217;è di più. Durante l&#8217;azione Reclaim Power, gli <a href="http://www.foei.org/en/blog/2009/12/17/friends-of-the-earth-voices-for-climate-justice-shut-out-in-copenhagen" target="_blank">50 osservatori di Friends of the Earth International sono stati banditi dal Bella Center, e i loro accrediti annullati, nonostante avessero ricevuto i badge secondari</a>. La ragioni date si riallacciano alla &#8220;confusione&#8221; di sui sopra (con oscillazioni da &#8220;rappresentate una minaccia&#8221; a &#8220;non c&#8217;è più spazio&#8221;), ma in questo caso sembrano specificatamente mirate alla repressione della critica e della &#8220;resistenza&#8221;: Friends of the Earth si è prestato ad assistere paesi in via di sviluppo per quanto riguarda attività stampa, coordinamento etc. dato che molte delegazioni di paesi poveri sono drammaticamente <em>understaffed</em> (hanno team troppo piccoli, per ragioni economiche). La rimozione di NGOs determina quindi una riduzione drammatica della capacità di queste delegazioni di partecipare adeguatamente ai processi negoziali. E questo si inserisce in un quadro già problematico (<a href="http://www.guardian.co.uk/environment/2009/dec/16/friends-of-the-earth-barred-bella-centre" target="_blank">vedi articolo del The Guardian</a>), in seguito alla decisione di ridurre a 1.000 gli osservatori della società civile ammessi il 17, e 90 il 18 Dicembre. In nome della sicurezza. Maggiori dettagli su questa &#8220;repressione&#8221; danese nei confronti di movimenti sociali e ambientalisti critici, si rimanda, tra gli altri, a <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/cif-green/2009/dec/14/copenhagen-policing-climate-summit-protesters">questo articolo di Naomi Klein</a>.</p>
<h2>Ingiustizia Climatica</h2>
<p>L&#8217;ingiustizia climatica sembra essere un altro elemento connaturato, per così dire, al processo negoziale dell&#8217;UNFCCC. Il discorso su questo punto è molto lungo - e ci riserviamo di affrontarlo con compiutezza alla fine della COP15 (e forse addirittura dopo le feste del solstizio d&#8217;inverno) - ma i punti centrali si snodano lungo la contrapposizione G77/Cina da una parte, e paesi dell&#8217;Allegato I dall&#8217;altra. MA le ingiustizie sono anche legate a problemi procedurali, e quindi sia all&#8217;aspetto della confusione che della repressione. proprio la differenza in capacità diplomatica, e la strategia del &#8220;dividere per conquistare&#8221; è alla base dei recentissimi sviluppi che hanno visto il Primo Ministro Etiope Meles Zenawi (che già aveva condotto il Gruppo Africano su posizioni apparentemente radicali sulla questione dei finanziamenti per l&#8217;adattamento e del debito climatico) supportare la posizione Europea (<a href="http://www.thenation.com/blogs/copenhagen/507050/ambassador_lumumba_what_do_you_i_really_i_think" target="_blank">vedi intervista di Naomi Klein a Lumuba</a>, Ambasciatore sudanese preso le Nazioni Unite, e leader per i negoziati climatici del G77). E le ingiustizie procedurali riguardano anche le bozze di testo emerse qua e là, frutto di accordi a numero chiuso. ancora più grave è l&#8217;adozione di due pesi e due misure nei riguardi degli osservatori non governativi. Proprio il giorno dopo l&#8217;esclusione di migliaia di osservatori di NGOs, ci si accorge che il World Business Council on Sustainable Development &#8220;ha&#8221; 230 osservatori accreditati, e che al momento è in fase di studio e progettazione l&#8217;intergazione in chiave istituzionale del settore privato (=big business) nel processo della UNFCCC. Come riporta <em><a href="<a href="http://climatecrashers.blogspot.com/2009/12/climate-summit-closed-to-civil-society.html">&#8220;>Climate Crashers</a></em>:</p>
<blockquote><p>
Yesterday hundreds of activists were beaten and arrested in the streets of Copenhagen and Via Campesina, Friends of the Earth and other NGOs were banned from the Bella Center, where the UN negotiations take place. But this morning, representatives of big business were inside the Bella Center having a high-level breakfast with 10 ministers, an event jointly organised by the World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) and the UNFCCC. The WBCSD has 230 accredited delegates in Copenhagen.</p>
<p>[...]</p>
<p>The WBCSD’s privileged access today to the Bella Center and to high-level decision-makers and the fact that the EU is funding the WBCSD to make proposals for involving business even closer in international climate talks is outrageous and unacceptable. Since its foundation in 1992, the WBCSD has only been advocating industry self-regulation, a global carbon market and false solutions like nuclear energy, agrofuels, coal (CCS) and carbon credits from plantation forests.</p>
<p>The EU’s and the UN’s preferential treatment of the WBCSD are deeply flawed. Effective and just climate policies are only possible if governments keep a healthy distance from companies that have a direct economic interest in the decisions taken.</p></blockquote>
<p>Infine, due parole sulle pressioni enormi che si riversano su due temi centrali: tecnologia e deforestazione. Entrambi i temi sono punti chiaave per poter dichiarare la COP15 un successo. <a href="http://www.giustiziaclimatica.org/2009/12/05/dichiarazione-della-societa-civile-su-tecnologia-e-precauzione-alla-cop-15-di-copenhagen/">Sulla tecnologia (e sui problemi relativi a precauzione e giustizia climatica) ci siamo soffermati</a>; su REDD basti per il momento ricordare un recentissimo rapporto di FERN dal titolo <a href="http://fern.org/node/4614"><em>Why Congo Basin countries stand to lose out from a market based REDD Boreal Forest and Climate Change</em></a>, il quale illustra come - nelle parole di <a href="http://www.salvaleforeste.it/redd-quegli-incentivi-a-deforestare.html" target="_blank">Salva le Foreste</a>:</p>
<blockquote><p>La riduzione della &#8220;deforestazione prevista&#8221; sarebbe premiata con crediti di carbonio da vendere sul mercato internazionale. Insomma, gli incentivi che vengono dalla vendita dei crediti di carbonio non assicurano che la deforestazione sia stata fermata, e neppure che sia diminuita, ma solo che sia inferiore a quella prevista. Insomma, molti paesi potrebbero addirittura aumentare la distruzione delle foreste e incassare incentivi.</p>
<p>Ora però c&#8217;è già chi lavora a truccare la &#8220;previsione&#8221;: la Commissione per le Foreste dell&#8217;Africa Centrale (COMIFAC) che raccoglie i paesi della regione, ha proposto il criterio del &#8220;development adjustment factor&#8221;: i paesi  del COMIFAC si devono sviluppare, e lo sviluppo avverrebbe ovviamente ai danni delle foreste. Quindi la deforestazione prevista non deve essere calcolata in base ai tassi attuali, ma in basi ai tassi &#8220;desiderati&#8221; in base alle necessità di sviluppo.</p></blockquote>
<p>In questo quadro, che prospettive?</p>
<h2>Che prospettive?</h2>
<p>Poche, probabilmente. E al di là delle grida al successo (o meno) alla fine della COP15, si può essere sicuri che il processo della UNFCCC non sembra in grado di arrivare ad una soluzione neppure parziale del prblema dei cambiamenti climatici. Bisogna però ricordare che si sono sviluppati due gruppi &#8220;intransigenti&#8221;: uno è il Gruppo Africano, che aveva già alla riunione intersessionale di Barcellona interrotto i negoziati per una giornata, e che si è ripetuto a Copenhagen; l&#8217;altro è il gruppo dell&#8217;ALBA (Alleanza Bolivariana per l&#8217;America Latina e i Caraibi), che soprattutto con Chavez e Morales dà consistenza istituzionale alle istanze dei movimenti sociali, indigeni e non, e attacca continuamente il modello neoliberista predominante, il cui obiettivo rimane quello di sfruttare la crisi climatica per riorientare i processi di accumulazione capitalista in chiave ecologica, attraverso il cosiddetto &#8220;green new deal&#8221; o capitalismo verde.</p>
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		<title>Intervento alla COP15 di Climate justice Now! sul debito climatico</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 19:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Riportiamo la traduzione dell&#8217;intervento di Hemantha Withanage, dello Sri Lanka, presentato per conto della coalizione Climate Justice Now!, alla COP15 il 12 Dicembre 2009. La ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo la traduzione dell&#8217;intervento di Hemantha Withanage, dello Sri Lanka, presentato per conto della coalizione <a href="http://www.climate-justice-now.org" target="_blank">Climate Justice Now!</a>, alla COP15 il 12 Dicembre 2009. La <a href="<a href="http://www.climate-justice-now.org/call-for-reparations-for-climate-debt-intervention-statement-by-climate-justice-now/" target="_blank">versione originale in inglese</a> è disponibile presso il sito della coalizione Climate Justice Now!.<br />
<span id="more-556"></span></p>
<h1>Riparazioni per il debito climatico</h1>
<ol>
<li>Vi ringrazio per l&#8217;opportunità di intervenire in questa riunione</li>
<li>Noi siamo movimenti e organizzazioni riunite nella coalizione Climate Justice Now! - molti del Sud, dei paesi in via di sviluppo. In molti siamo venuti a Copenhagen, per unirci alle migliaia di altri cittadini in una marcia srtorica verso il Bella Center</li>
<li>Chiediamo la riparazione e restituzione del debito climatico, quel debito dovuto dai paesi del Nord (dai paesi dell&#8217;Allegato I), dalle società multinazionali e dalle istituzioni finanziarie internazionali ai paesi e ai popoli del Sud. Questo debito è dovuto dal Nord per aver usato la capacità della Terra di assorbire gas climalteranti ben più di quanto non sia equo, allo stesso tempo privando i popoli del Sud della loro parte, e creando quindi questa crisi climatica. Eppure sono i popoli del Sud che devono sopportarne gli effetti peggiori. </li>
<li>Ma le cifre che i paesi industrializzati hanno messo sul tavolo non sono altro che un insulto alla dignità dei popoli del Sud, e dimostrano solamente una totale mancanza di rispetto per il valore delle nostre vite</li>
<li>2.4 miliardi di Euro all&#8217;anno fino al 2012! È solo una derisione! Dove sono le riparazioni da parte dei paesi industrializzati per i danni che hanno causato al mondo in via di sviluppo?</li>
<li>Noi non chiediamo aiuto o assistenza, ma solamente che il Nord ripaghi il suo debito climatico. Noi siamo i suoi creditori.</li>
<li>Non chiediamo, né vogliamo, il coinvolgimento delle esistenti istituzioni finanziarie internazionali. Esse sono parte del problema e del saccheggio. La &#8220;finanza climatica&#8221; deve essere erogata in maniera democratica - a tutti i livelli - attraverso un fondo multilaterale sotto l&#8217;autorità della COP</li>
<li>I finanziamenti devono essere pubblici, e non privati. Non devono passare attraverso il mercato del carbonio, che è parte del problema, e non della soluzione!</li>
<li>Non chiediamo niente di più - e niente di meno - che giustizia climatica ora!</li>
</ol>
<p>Intervento di Climate justice Now!, presentato da Hemantha Withanage, Sri Lanka, il 12 Dicembre 2009</p>
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		<title>Bozze negoziali ufficiali: Protocollo di Kyoto e UNFCCC</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 10:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[Protocollo di Kyoto]]></category>

		<category><![CDATA[UNFCCC]]></category>

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		<description><![CDATA[Due bozze negoziali ufficiali sono state presentate a Copenhagen, una in relazione al Protocollo di Kyoto, ed una in relazione invece al &#8220;percorso&#8221; negoziale sotto l&#8217;egida della UNFCCC ( lavorso svolto dal Ad Hoc Working Group on Long Term Cooperative Action under the Convention), in cui partecipano anche gli Stati Uniti (che non hanno ratificato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due bozze negoziali ufficiali sono state presentate a Copenhagen, una in relazione al Protocollo di Kyoto, ed una in relazione invece al &#8220;percorso&#8221; negoziale sotto l&#8217;egida della UNFCCC ( lavorso svolto dal <em>Ad Hoc Working Group on Long Term Cooperative Action under the Convention</em>), in cui partecipano anche gli Stati Uniti (che non hanno ratificato il Protocollo). Entrambe le bozze serviranno come piattaforma di discussione, e prevedono la compilazione di nuove liste di obblighi quantificati di riduzione delle emissioni, l&#8217;uno secondo il modello già esistente degli Annessi, e l&#8217;altro attraverso la previsione di un annesso integrativo in cui i paesi che non abbian oratificato il protocollo possano assumersi obblighi comparabili per natura giuridica e tipologia (obiettivi di riduzione nazionali) a quelli già espressi nel protocollo di Kyoto. Le bozze sono disponibili sul sito della UNFCCC: <a href="http://unfccc.int/files/kyoto_protocol/application/pdf/awgkpchairstext111209.pdf" target="_blank">bozza del Protocollo di Kyoto</a>; <a href="http://unfccc.int/files/kyoto_protocol/application/pdf/draftcoretext.pdf" target="_blank">bozza della UNFCCC</a>. Entrambe sono in formato PDF ed in inglese.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il debito climatico alla COP15, tra la Bolivia e gli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 09:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>VDL</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[COP15]]></category>

		<category><![CDATA[Giustizia Climatica]]></category>

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		<category><![CDATA[debito climatico]]></category>

		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[La Bolivia è da tempo uno dei promotori dell&#8217;inserimento del concetto di debito climatico nel discorso politico - e poi giuridico - del regime climatico delle Nazioni Unite, supportata, e a sua volta fornendo supporto, alle istanze dei movimenti sociali e dei network e popolazioni indigene. Il 10 Dicembre Todd Stern (il chief negotiator americano) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La Bolivia è da tempo uno dei promotori dell&#8217;inserimento del concetto di debito climatico nel discorso politico - e poi giuridico - del regime climatico delle Nazioni Unite, supportata, e a sua volta fornendo supporto, alle istanze dei movimenti sociali e dei network e popolazioni indigene. Il 10 Dicembre Todd Stern (il <i>chief negotiator</i> americano) ha dichiarato in una conferenza stampa che gli Stati Uniti riconoscono il proprio ruolo storico nell&#8217;accumulazione di emissioni nell&#8217;atmosfera, ma rigettano categoricamente ogni senso di colpa e qualificazioni in termini di un dovere di riparazione. La Boliva ha risposto, nella persona dell&#8217;ambasciatore alle Nazioni Unite, Pablo Solon.<span id="more-551"></span><br />
In breve, la risposta Boliviana è sintetizzabile inel detto &#8220;chi rompe, paga&#8221;. Solon ha dichiarato che l&#8217;ammissione di responsabilità deve necessariamente prevedere azioni riparatorie, altrimenti resta solo una buona intenzione, o, peggio, un&#8217;illusione retorica. L&#8217;inazione dei paesi industrializzati, pur nella sempre maggiore consapevolezza dei potenziali disastri che saranno determinati dai cambiamenti climatici, da loro causati in misura preponderante, ha come ulteriore conseguenza la privazione, per i paesi poveri, dello &#8220;spazio ecologico&#8221; necessario allo sviluppo. Non è giustificabile, insiste Solon, che paesi come la Bolivia siano constretti a pagare questa crisi, che è primariamente una conseguenze dell&#8217;eccesso di consumo. Solon poi ha concluso dichiarando che la Bolivia non  ha nessuna intenzione di assegnare colpe, ma di vedere una chiara assunzione di responsabilità. Ma cosa è il debito climatico?</p>
<h2>Dal debito ecologico al debito climatico: cenni storici</h2>
<p>Il cosiddetto debito ecologico è entrato nel discorso della politica ambientale internazionale in concomitanza con l&#8217;Earth Summit del 1992, attraverso il Trattato sul Debito, promosso da movimenti sociali e ambientalisti riunitisi nel Summit Alternativo del Forum Sociale Mondiale. Il debito ecologico si riferisce in primo luogo al flusso storico delle materie prime dal Sud al Nord. Materie prime come petrolio, minerali, beni marini, forestali e biodiversità in generale, incluso materiale genetico. Pagato o non pagato, questo flusso ha generato l&#8217;estrazione di ricchezza naturale e la sua esportazione in paesi industrializzati sotto forma di energia e prodotti destinati al consumo. In secondo luogo, il debito ecologico si riferisce all&#8217;appropriazione, non pagata, delle conoscenze ancestrali sull&#8217;uso dei semi, delle piante medicinali, e di altre conoscenze che vengono utilizzate per fini industriali e privati. Questa dimensione è particolarmente evidente nel contesto e attraverso le catene produttive di industrie globali come quelle farmaceutica e delle biotecnologie agroalimentari. In terzo luogo, l&#8217;impatto ambientale e sociale di progetti di estrazione, distribuzione e sfruttamento delle risorse naturali da parte delle imprese dei paesi industrializzati. Questo rappresenta una diretta “impronta ecologica” che si materializza nei paesi del Sud come conseguenza della produzione per il consumo dei paesi del Nord. Infine, vi è la dimensione legata al flusso dei rifiuti – questa volta dal Nord al Sud – il che in un certo senso completa il &#8220;ciclo del consumo&#8221; (Questo debito ecologico si materializza a dispetto delle norme di diritto internazionale che regolano l&#8217;accesso alla biodiversità e alla conoscenza tradizionale, e la distribuzione – equa – dei benefici attraverso la Convenzione sulla Biodiversità del 1992 da una parte, e il trasporto internazionale dei rifiuti (e in particolaar modo il trasporto di rifuti tossici dal Nord al Sud), regolato dalla Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri pericolosi del 1989).</p>
<p><em>Il concetto di debito climatico</em><br />
La formulazione del debito ecologico è emersa in considerazione del fardello economico costituito dal debito “tradizionale” che grava sui paesi in via di sviluppo, e che pregiudica la loro capacità di promuovere politiche di sviluppo sociale e di protezione ambientale adeguate. In relazione ai cambiamenti climatici, i problemi derivanti da quegli effetti dannosi già in atto - come incremento della desertificazione e deperimento delle risorse idriche – richiedono risorse economiche che vengono invece utilizzate per ripagare i debiti contratti con istituti finanziari internazionali quali la Banca Mondiale. Come operazione di collegamento della responsabilità per i cambiamenti climatici con la necessità di finanziare programmi di adattamento, il debito ecologico ha come fine quello di attuare una compensazione tra debito tradizionale e debito ecologico, al fine di liberare fondi da dedicare proprio all&#8217;adattamento, in modo tale da proteggere comunità e ambiente dagli effetti inevitabili del surriscaldamento globale. Questo collegamento verrebbe a riequilibrare anche la sproporzione tra contributi e sofferenza degli effetti nei paesi in via di sviluppo. In questo senso i cambiamenti climatici hanno determinato un&#8217;ulteriore espansione del debito ecologico.<br />
In virtù del significato politico e giuridico del principio di comuni ma differenziate responsabilità nel più ampio ambito dello sviluppo sostenibile, il debito ecologico potrebbe diventare uno degli elementi fondanti della differenziazione della responsabilità, e della considerazione in una prospettiva storica di tale responsabilità. In particolare, questa “metodologia di equità” tiene conto delle differenze tra i flussi presenti di emissioni, e gli stock di emissioni accumulatesi nell&#8217;atmosfera.</p>
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