Giustizia Climatica

COP16 @ Cancun

A Fine Novembre 2010 è prevista la 16ma Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC). Dopo il nulla di fatto di Copenaghen, e i conflitti sollevati dall’Accordo di Copenaghen, le aspetttive per la COP16 però sono già in fase di ridimensionamento.

I negoziati ufficiali sui cambiamenti climatici si sono riaperti con la prima riunione intersessionale di Bonn, in larga misura dedicata a questioni procedurali e di carattere organizzativo ed esplorativo. I due tavoli negoziali (uno affiliato alla Convenzione, l’Ad Hoc Working Group on Long term Cooperative Action under the Convention, e l’altro al Protocollo di Kyoto, l’Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol) dovranno stabilire il piano di lavoro per il resto dell’anno fino alla prossima Conferenza delle Parti (COP), prevista per il prossimo Dicembre a Cancun, in Messico. Uno dei punti più controversi da affrontare sarà quello del ruolo che dovrà avere l’Accordo di Copenaghen. Quello che sembra chiaro è che non ci si aspetta il raggiungimento di un accordo nel 2010.

Dopo Copenaghen, i paesi del gruppo BASIC hanno dichiarato (Brasile, Cina, India, Sud Africa) di riconoscere ai processi negoziali sotto l’egida della Convenzione un ruolo centrale nei negoziati sul clima, e anzi la Cina e il Brasile hanno reso esplicito che le traccie negoziali ufficiali della Convenzione rimangono “gli unici processi negoziali legittimi”. Allo stesso tempo però, i paesi del gruppo BASIC hanno riconosciuto l’importanza dell’Accordo di Copenaghen, del suo valore politico e di facilitazione dei negoziati sul clima, mostrando una certa ambivalenza. Dal canto loro gli Stati Uniti hanno espresso con molta chiarezza l’intenzione di voler formalizzare l’Accordo come piattaforma negoziale privilegiata e punto di partenza alla prossima riunione, la COP16 che si terrà a Cancun, in Messico, nel 2010. Inoltre hanno sottolineato l’inefficienza di lunghi tempi negoziali in assemblea plenaria, e la necessità invece di privilegiare consultazioni bilaterali e regionali. Anche il Giappone ha espresso la convinzione che in futuro i negoziati dovrebbero basarsi sul contenuto dell’Accordo. L’Unione Europea sembra mantenersi in una posizione equidistante, riconoscendo l’importanza dei progressi registrati nei testi negoziali ufficiali, ma anche l’importanza dei contributi dell’Accordo ai fini del raggiungimento di testi negoziali finali. Dopo l’insuccesso diplomatico di Copenaghen, dovuto in larga parte al ruolo di secondo piano cui è stata relegata rispetto a Stati Uniti e paesi del gruppo BASIC, l’Unione Europea è concentrata sulla pianificazione di nuove strategie di diplomazia climatica (Lo stesso Parlamento Europeo, in una risoluzione adottata il 10 Febbraio 2010, ha constatato “[...] l’incapacità dell’Unione europea di svolgere un ruolo di primo piano nella lotta al cambiamento climatico, non avendo neppure partecipato alla fase finale dei negoziati con Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sud Africa sulla bozza definitiva dell’accordo”).

Ma già le aspettative per il raggiungimento di un accordo si stanno concentrando non tanto sulla COP16, ma bensì sulla COP17, che si terrà in Sud Africa, come rivelato a Febbraio da Connie Hedegaard, nuovo Commissario Europeo sul clima. Il Guardian fa eco a queste dichiarazioni di Hedegaard, e riporta di come una buona fetta di “diplomatici del clima”, americani ed europei, non ritengano possibile un accordo in Messico, date le varie circostanze che ostano ad una tale conclusione, dai problemi di politica interna statunitensi, alla mancanza di effettiva leadership dell’Unione Europea, alla mancanza di chiarezza circa quali obblighi siano disposti ad accollarsi i paesi del gruppo BASIC.
Nel frattempo il governo Boliviano, uno dei paesi che si è opposto con maggiore forza all’adozione dell’Accordo di Copenaghen, ha organizzato un Vertice Mondiale dei Popoli sul Clima e sui Diritti della Madre Terra, che si terrà a Cochabamba a fine Aprile, e che riunirà delegazioni ufficiali di alcuni governi, movimenti sociali e ambientalisti, popolazioni indigene e gli emergenti movimenti sulla giustizia climatica.

Le speranze di raggiungere una visione condivisa così come immaginata a Bali sembra sfilacciarsi sempre di più, nonostante le minacce dei cambiamenti climatici si facciano sempre più imminenti. I principi di solidarietà e responsabilità su cui si fonda, in linea di principio, la Convenzione sul Clima, si scontrano nella realtà con interessi politici ed economici del tutto egoistici, e con visioni della “comunità” delle nazioni unite e del diritto internazionale diverse, e per certi versi, incompatibili.

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