Comunicazione della Commissione Europea su strategia e politica climatica dopo (l’Accordo di) Copenaghen
April 16, 2010 |
La Commisione Europa, in una recente comunicazione intitolata International climate policy post-Copenhagen: Acting now to reinvigorate global action on climate change (.PDF), ha elaborato la strategia e politica climatica per il dopo Copenaghen - e in particolare per il dopo Accordo di Copenaghen. Tre sono le cose particolarmente degne di nota.
In primo luogo, la Commissione esamina con attenzione le “promesse” (pledges) fatte da parte dei paesi sviluppati, ossia le riduzioni delle emissioni registrate nell’Accordo di Copenaghen. La conclusione è chiaramente che si è ben lontani da quell’obiettivo minimo di riduzioni di 25-40% rispetto al 1990, obiettivo ripetuto da IPCC e Unione Europea, e che con molto ottimismo potrebbe evitare incrementi della temperatura media globale terrestre sopra ai 2 gradi centigradi (per una breve critica di questo obiettivo vedi l’articolo Nome in codice “L.7″: (dis)Accordo di Copenhagen). L’Accordo prevede piuttosto obiettivi di riduzione delle emissioni che variano (una serie di paesi si impegnano a X di base, e a X+Y se si dovesse raggiungere un accordo globale) tra il 17,8% e il 13.4%. Ma la comunicazione sottolinea come in realtà la situazione sia ben peggiore. Se si considerano i permessi di emissioni che potranno essere “depositati in banca”, e così trasferiti dal primo ad un secondo periodo di vigenza del Protocollo di Kyoto, le riduzioni effettive si rudirrebbero all’11% e al 6,5%, rispettivamente. Questo a casua della cosiddetta “aria calda” di Russia e paesi dell’Est Europeo: la scelta del 1990 come data di riferimento ha combaciato con il collasso industriale di questi paesi (dovuto alla disssoluzione dell’URSS e alla caduta del muro), che si sono ritrovati assegnati obiettivi di riduzione delle emissioni enormemente superiori alle effettive emissioni previste e prevedibili per il 2012 (anno in cui si chiude il primo periodo di vigenza del Protocollo di Kyoto).
Inoltre, a casua delle regole di contabilità stabilite per attività relative all’uso (e ai cambiamenti di uso) del territorio e alle regole in materia di foreste (le cosiddette attività LULUCF), le effettive riduzioni delle emissioni sarebbero da aggiustare ancora verso il basso, fino ad arrivare a riduzioni di non più del 2%, nella migliore della ipotesi, o addirittura ad un incremento del 2,6% nella peggiore!
Il secondo punto da rilevare è la decisa insistenza della Commissioni sulla centralità del mercato del carbonio nel quadro del regime climatico internazionale. Questo su tre binari. Il primo binario è legato ai finanziamenti a favore dei paesi in via di sviluppo (e ai fini di mitigazione e adattamento) stabiliti nell’Accordo di Copenaghen. La Commissione prevede e suggerisce che una significativa fetta di tali finanziamenti passi attraverso il mercato del carbonio. Infatti è esplicitamente menzionato che solamente tra il 22% e il 50% dovrebbe provenire da finanzimaneit pubblici internazionali. In secondo luogo, la comunicazione, sotto il titolo di Advancing the international carbon market, reitera posizioni già espresse circa la necessità che il mercato del carbonio sia allargato (sia in termini di partecipazione di settori economico-industriali, sia in termina di partecipazione geografica), in quanto policy cruciale per il raggiungimento degli obiettivi “gemelli” della riduzione delle emissioni in maniera economicamente efficiente e della creazione di incentivi all’innovazione tecnologica. Infine, la comunicazione ripropone l’espansione del Clean Development Mechanism, passando da meccanismo basato su progetti specifici a meccanismo basato su interi settori economici.
Tags: Copenhagen Accord > EU ETS > Mercato del Carbonio > Unione Europea












