Nome in codice “L.7″: (dis)Accordo di Copenhagen
December 19, 2009 |
FCCC/CP/2009/L.7: questo è il nome in codice completo e ufficiale del documento datato 18 Dicembre 2009, e che va anche col nome di Copehagen Accord, ovvero Accordo di Copenhagen. La realtà però è più in sintonia con il nome di Disaccordo di Copenhagen, dal momento che questo accordo è nato in maniera e con contenuti che manifestano con molta chiarezza la profonda spaccatura in seno alla UNFCCC e alle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici - e non solo. La Conferenza delle Parti ha potuto solo “prendere nota” di questo documento-accordo (”The Conference of the Parties, Takes note of the Copenhagen Accord of 18 December 2009“), mancando il consenso unanime necessario per l’adozione formale di una decisione della COP, e cioè la Conferenza delle Parti, organo di governo della Convenzione sul Clima. Ma diamo una breve e preliminare occhiata al valore giuridico del (dis)accordo, e al suo contenuto.
Come riporta Repubblica, il presidente della sessione plenaria della Conferenza ha dichiarato che “la conferenza decide di prendere nota dell’Accordo di Copenaghen del 18 dicembre del 2009″. Che vuol dire? Il documento L.7 che va sotto il nome di Copenhagen Accord non ha seguito le procedure standard delle COP, ossia preparazione della bozza e presentazione (normalmente ad opera della presidenza della COP o del Gruppo di Lavoro specifico, sulla base di documenti presentati dalle parti, e delle discussioni nelle varie sedute negoziali) alle parti e discussione plenaria che porta all’adozione con forma di consenso. Questo documento è stato preparato in via del tutto non trasparente da un gruppo ristretto di Parti della Convenzione - Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sud Africa - e da loro approvato, per poi essere presentato in seduta plenaria per l’approvazione, come dire, di punto in bianco. Operazione avvenuta dietro “porte chiuse”, e non resa più trasparente per via di un secondario coinvolgimento di “un’altra dozzina” di paesi (come riporta Yvo de Boer, Segretario Esecutivo della UNFCCC), tra i quali Francia e Gran Bretagna. Approvazione che, da quanto risulta da vari membri di Climate Justice Now! ancora al Bella Center stanotte, è stata richiesta senza dare tempo sufficiente per visionare e capire il documento, e senza che lo stesso fosse disponibile in numero sufficiente di copie, o in ogni rilevante traduzione.
Che valore giuridico ha quindi questo Copenhagen Accord? Nessun valore giuridico specifico e vincolante. Ha un valore politico-programmatico, ed ha una funzione “operativa” (”this Copenhagen Accord [...] is operational immediately“), nel senso che chi aderisce al documento dovrà provvedere, entro il 31 Gennaio 2010, a presentare e a registrare in appendice i propri obiettivi di riduzione delle emissioni. Questo sembra tra l’altro riflettere il modello ipotizzato - e preferito - dagli Stati Uniti già da un pezzo (come abbiamo già discusso nell’articolo Requiem per il Protocollo di Kyoto), modello che prevede impegni volontari e basati su legislazioni nazionali, equivalente natura giuridica degli impegni per paesi industrializzati e per paesi in via di sviluppo, grande enfasi su tecnologia e mercati del carbonio, nessuna sul consumo.
Il documento poi “riconosce” il punto di vista sicentifico secondo cui l’aumento della temperatura media terrestre dovrebbe essere contenuto entro i 2 gradi centigradi, e - pur nel quadro di un accenno debolmente politico verso il raggiungimento di questo obiettivo - prevede che i paesi industrializzati (le Parti incluse dell’Allegato I):
commit to implement individually or jointly the quantified economy-wide emissions targets for 2020, to be submitted in the format given in Appendix I by Annex I Parties to the secretariat by 31 January 2010 for compilation in an INF document
Il modello della registrazione in appendice di obiettivi volontari, come accennato. Lo stesso meccanismo di registrazione in appendice è previsto per i paesi in via di sviluppo - ad eccezione dei paesi più poveri e dei paesi-isole - anche se prevede “actions” piuttosto che obiettivi di mitigazione in senso stretto. Questo è un chiaro tentativo di rimodellare l’intero regime climatico, allontanandosi dal Protocollo di Kyoto e dalle modalità in esso contenute per allocare le “comuni ma differenziate responabilità“. Il resto del documento offre ben poco d’interessante, se si fa eccezione alle previsioni di un fondo di 30 miliardi di dollari l’anno fino al 2012 finalizzato all’adattamento dei paesi in via di sviluppo, e della menzione di una volontà di mobilitare ulteriori 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020. Questi fondi però lasciano intravedere l’ombra lunga del mercato del carbonio, che si prevede possa raggiungere presto un valore di 3.000 miliardi di dollari annui.
Che altro? Il documento prevede la creaione di un Technology Mechanism, che dovrà prendere il posto dell’organismo attuale, e facilitare ricerca, sviluppo, diffusione e trasferimento di tecnologie “climatiche”, con tutti i problemi sollevabili e sollevati nella dichiarazione su tecnologia e precauzione presentata durante la COP15 da una coalizione ad hoc (e alla cui stesura abbiamo contribuito).
L’ultimo paragrafo prevede poi di rivedere il tutto nel 2015, al fine di considerare l’efficacia dei passi intrapresi, e introduce la possibilità di considerare anche di “stringere” la soglia precauzionale di aumento della temperatura media terrestre, con riferimento a 1.5 gradi centigradi. Quest’ultimo riferimento, ricordiamo, è stato adottato come obiettivo minimo dal gruppo africano (che insieme ad alcuni paesi latinoamericani, in particolare la Bolivia, ed ai paesi-isola mirano invece ad una soglia di 1 grado), dal momento che anche un aumento della tempratura media di 2 gradi verrebbe a corrispondere ad un aumento continentale di 3,5 gradi, e quindi porterebbe a disastrose conseguenze per i popoli del continente africano. Nel quadro di questo documento il riferimento sembra però solo un artifizio retorico mirato a procurare consenso.
Il contenuto di questo documento quindi appare decisamente debole, senza obiettivi specifici di mitigazione (e considerando le promesse sul tavolo…vedi articolo Verso la catastrofe climatica? Nuovo documento “segreto” emerge a Copenhagen), con obiettivi deboli di finanziamento per l’adattamento: per mettere in prospettiva il vago obiettivo dei 100 miliardi di dollari per il 2020, va considerato che le cifre comunemente citate come necessarie per far fronte ai cambiamenti climatici nei paesi poveri sono nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari l’anno. Inoltre non c’è stata alcuna decisione in materia di deforestazione, tecnologia, riduzione dei consumi, chiara assunzione di responsabilità da parte dei paesi industrializzati, nonché nessun mandato specifico circa l’adozione di un Trattato di Diritto Internazionale (ossia giuridicamente vincolante).
Rimane infine da offrire qualche riflessione sul concetto di “shared vision“, quella visione condivisa posta alla base del processo iniziato a Bali e documentato nel Bali Action Plan. Questa visione condivisa non esiste. Le contrapposizioni non sono solo più da trovarsi in quell’interesse egositico-economico che è accettato (quasi) universalmente come realtà politica sottostante al diritto internazionale. Le contrapposizioni sono molto più profonde, e non sembra possibile riconciliarle in seno alle Nazioni Unite al momento. Questo dato è sottolineato da due fatti: in primo luogo l’accordo è stato preparato e approvato da un numero molto ristretto di paesi, in maniera non trasparente, ed è stato consegnato per “approvazione” alle altre parti quasi come un ultimatum: questo passa il convento, è bene accettarlo. In secondo luogo il ruolo delle Nazioni Unite, che si sono “prestate” a questo giuoco politico e di potere, con addirittura Ban ki moon che ha “benedetto” il raggiungimento di questo accordo come un “inizio essenziale”. Ban ki Moon e le Nazioni Unite hanno perso fortemente credibilità a Copenhagen. E poi, questo nuovo multilateralismo americano, tanto atteso, si è rivelato un club dei più forti: che sia G20, G8, G2, G-chiunque-sia-necessario-e-disponibile come a Copenhagen, il Diritto Internazionale sembra prendere una piega nuova. Il nuovo elemento è semmai rappresentato dalla necessità, per gli Stati Uniti, di venire a termini con Cina, India, Brasile - i paesi del nuovo blocco chiamato BASIC - e di poter relegare ad un ruolo marginale l’Europa.
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