La COP15 in un clima di confusione, repressione e ingiustizia
December 17, 2009 |
Negli ultimi 2-3 giorni gli aggiornamenti, le novità e le sorprese dalla COP15 si sono susseguiti continuamente. In attesa della fine della Conferenza, e del tempo - sufficiente e necessario - per un’analisi approfondita, proponiamo tre chiavi di lettura per capire quello che sta succedendo: confusione, repressione e ingiustizia.
Confusione
La confusione si è palesata da varie direzioni: in relazione alle procedure tecnico-burocratiche per ottenere i badge necessari per entrare (soprattutto i cosiddetti “badge secondari”, necessari per la seconda parte della Conferenza, e ridotti due terzi rispetto alla prima settimana); questo ha portato a code lunghissime al Bella Center, e senza garanzia di successo. Ad un seminario (”Allocating the Carbon Budget: Fresh perspectives”) al KlimaForum cui stavamo partecipando, è stato annunciato che uno dei relatori - Sunita Narain - avrebbe dato forfait perchè essendo stato in fila al Bella Center per varie ore senza aver ancora ottenuto il badge, non avrebbe abbandonato la fila a mani vuote. In relazione alle procedure di preparazione delle bozze negoziali, a volte a porte chiuse e con gruppi ristretti di lavoro (come abbiamo già discusso a proposito della bozza “segreta”). In relazione alle promesse, discussioni, pressioni, contraddizioni che si sono rincorse - e ancora si rincorrono - circa obiettivi di mitigazione, finanziamento per l’adattamento, REDD e protezione delle foreste, Kyoto o non Kyoto. In relazione al tipo di risultato che sarà raggiunto alla fine della Conferenza. A questo proposito, dopo il lungo ridimensionamento delle aspetttive dei mesi precedenti COP15, si è passati ad una schizofrenia durante la COP15: il governo danese cerca in tutti i modi di raggiungere un obiettivo vincolante, seppure solo politicamente, mentre la Cina proprio in queste ore ha annunciato che un accordo sarà impossible, e che si potrà ottenere solo una vaga dichiarazione politica; questo però proprio quando gli Stati Uniti hanno annunciato di voler aderire ad un Fondo sul Clima di 100 miliardi di dollari, finalmente una cifra che ottiene l’attenzione dei paesi del G77 (mentre fino a oggi le cifre messe sul tavolo non erano superiori ai 10 milairdi di dollari). Infine le dimissioni del presidente della Conferenza, Connie Hedegaard, Ministro del Clima danese. Il governo danese, e il Primo Ministro che l’ha sostituita, annunciano che si tratta di un fatto procedurale, collegato alla fase di alto livello degli ultimi due giorni, e che richiede che la COp sia presieduta dal Primo Ministro. Certa stampa sostiene invece che la Hedegaard si sia dimessa in seguito a lamentele dei paesi in via di sviluppo - e soprattutto africani - per via della gestione poco trasparente dei negoziati e delle procedure, con particolare riferimento al testo segreto dell’8 Dicembre.
Repressione
La repressione. Che dire. A parte le manifestazione materiali (più di mille arresti preventivi, l’arresto di coordinatori e portavoce, la confisca di materiale e biciclette, l’uso indiscriminato di lacrimogeni, pepper spray, manganelli, forza e violenza), il problema principale a nostro modo di vedere risiede nel tentativo - in parte riuscito - di comprimere o addirittura eliminare la libertà di espressione: tentativo che sembra eminentemente di repressione politica. In questo, la legge “anti attivisti del clima”, passata in Danimarca proprio alla vigilia della COP15 (e la quale consente di fermare un individuo se ci sia il sospetto che possa creare nel prossimo futuro problemi per l’ordine pubblico) è stata applicata a mani larghe. In più, vi sono stati attacchi specifici contro alcuni leader del movimento Climate Justice Action, ed in particolare Tadzio Müller, che è strato arrestato il giorno prima dell’azione Reclaim Power, che Müller aveva contribuito a coordinare sin dall’inizio. Questo subito dopo una conferenza stampa cui Müller aveva partecipato, e in cui si discuteva l’azione del giorno dopo. La motivazione dell’arresto: incitazione a delinquere, quando Tadzio è stato, durante tutto il percorso di coordinamento di Reclaim Power, sempre difensore di non violenza e azioni pacifiche.
L’arroganza delle forze dell’ordine e della “sicurezza” del Bella Center si è resa lampante anche durante l’azione Reclaim Power, quando è stata impedita la riunione dei dimostranti esterni con il gruppo proveniente dall’interno del Bella Center per unirsi ai dimostranti, e raggiungere l’obiettivo dell’azione, che era quello di creare uno spazio alternativo di discussione - una assemblea popolare - a fronte del fallimento dei negoziati ufficiali. Un video del The Guardian mostra riprese significative.
Ma v’è di più. Durante l’azione Reclaim Power, gli 50 osservatori di Friends of the Earth International sono stati banditi dal Bella Center, e i loro accrediti annullati, nonostante avessero ricevuto i badge secondari. La ragioni date si riallacciano alla “confusione” di sui sopra (con oscillazioni da “rappresentate una minaccia” a “non c’è più spazio”), ma in questo caso sembrano specificatamente mirate alla repressione della critica e della “resistenza”: Friends of the Earth si è prestato ad assistere paesi in via di sviluppo per quanto riguarda attività stampa, coordinamento etc. dato che molte delegazioni di paesi poveri sono drammaticamente understaffed (hanno team troppo piccoli, per ragioni economiche). La rimozione di NGOs determina quindi una riduzione drammatica della capacità di queste delegazioni di partecipare adeguatamente ai processi negoziali. E questo si inserisce in un quadro già problematico (vedi articolo del The Guardian), in seguito alla decisione di ridurre a 1.000 gli osservatori della società civile ammessi il 17, e 90 il 18 Dicembre. In nome della sicurezza. Maggiori dettagli su questa “repressione” danese nei confronti di movimenti sociali e ambientalisti critici, si rimanda, tra gli altri, a questo articolo di Naomi Klein.
Ingiustizia Climatica
L’ingiustizia climatica sembra essere un altro elemento connaturato, per così dire, al processo negoziale dell’UNFCCC. Il discorso su questo punto è molto lungo - e ci riserviamo di affrontarlo con compiutezza alla fine della COP15 (e forse addirittura dopo le feste del solstizio d’inverno) - ma i punti centrali si snodano lungo la contrapposizione G77/Cina da una parte, e paesi dell’Allegato I dall’altra. MA le ingiustizie sono anche legate a problemi procedurali, e quindi sia all’aspetto della confusione che della repressione. proprio la differenza in capacità diplomatica, e la strategia del “dividere per conquistare” è alla base dei recentissimi sviluppi che hanno visto il Primo Ministro Etiope Meles Zenawi (che già aveva condotto il Gruppo Africano su posizioni apparentemente radicali sulla questione dei finanziamenti per l’adattamento e del debito climatico) supportare la posizione Europea (vedi intervista di Naomi Klein a Lumuba, Ambasciatore sudanese preso le Nazioni Unite, e leader per i negoziati climatici del G77). E le ingiustizie procedurali riguardano anche le bozze di testo emerse qua e là, frutto di accordi a numero chiuso. ancora più grave è l’adozione di due pesi e due misure nei riguardi degli osservatori non governativi. Proprio il giorno dopo l’esclusione di migliaia di osservatori di NGOs, ci si accorge che il World Business Council on Sustainable Development “ha” 230 osservatori accreditati, e che al momento è in fase di studio e progettazione l’intergazione in chiave istituzionale del settore privato (=big business) nel processo della UNFCCC. Come riporta “>Climate Crashers:
Yesterday hundreds of activists were beaten and arrested in the streets of Copenhagen and Via Campesina, Friends of the Earth and other NGOs were banned from the Bella Center, where the UN negotiations take place. But this morning, representatives of big business were inside the Bella Center having a high-level breakfast with 10 ministers, an event jointly organised by the World Business Council for Sustainable Development (WBCSD) and the UNFCCC. The WBCSD has 230 accredited delegates in Copenhagen.
[...]
The WBCSD’s privileged access today to the Bella Center and to high-level decision-makers and the fact that the EU is funding the WBCSD to make proposals for involving business even closer in international climate talks is outrageous and unacceptable. Since its foundation in 1992, the WBCSD has only been advocating industry self-regulation, a global carbon market and false solutions like nuclear energy, agrofuels, coal (CCS) and carbon credits from plantation forests.
The EU’s and the UN’s preferential treatment of the WBCSD are deeply flawed. Effective and just climate policies are only possible if governments keep a healthy distance from companies that have a direct economic interest in the decisions taken.
Infine, due parole sulle pressioni enormi che si riversano su due temi centrali: tecnologia e deforestazione. Entrambi i temi sono punti chiaave per poter dichiarare la COP15 un successo. Sulla tecnologia (e sui problemi relativi a precauzione e giustizia climatica) ci siamo soffermati; su REDD basti per il momento ricordare un recentissimo rapporto di FERN dal titolo Why Congo Basin countries stand to lose out from a market based REDD Boreal Forest and Climate Change, il quale illustra come - nelle parole di Salva le Foreste:
La riduzione della “deforestazione prevista” sarebbe premiata con crediti di carbonio da vendere sul mercato internazionale. Insomma, gli incentivi che vengono dalla vendita dei crediti di carbonio non assicurano che la deforestazione sia stata fermata, e neppure che sia diminuita, ma solo che sia inferiore a quella prevista. Insomma, molti paesi potrebbero addirittura aumentare la distruzione delle foreste e incassare incentivi.
Ora però c’è già chi lavora a truccare la “previsione”: la Commissione per le Foreste dell’Africa Centrale (COMIFAC) che raccoglie i paesi della regione, ha proposto il criterio del “development adjustment factor”: i paesi del COMIFAC si devono sviluppare, e lo sviluppo avverrebbe ovviamente ai danni delle foreste. Quindi la deforestazione prevista non deve essere calcolata in base ai tassi attuali, ma in basi ai tassi “desiderati” in base alle necessità di sviluppo.
In questo quadro, che prospettive?
Che prospettive?
Poche, probabilmente. E al di là delle grida al successo (o meno) alla fine della COP15, si può essere sicuri che il processo della UNFCCC non sembra in grado di arrivare ad una soluzione neppure parziale del prblema dei cambiamenti climatici. Bisogna però ricordare che si sono sviluppati due gruppi “intransigenti”: uno è il Gruppo Africano, che aveva già alla riunione intersessionale di Barcellona interrotto i negoziati per una giornata, e che si è ripetuto a Copenhagen; l’altro è il gruppo dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per l’America Latina e i Caraibi), che soprattutto con Chavez e Morales dà consistenza istituzionale alle istanze dei movimenti sociali, indigeni e non, e attacca continuamente il modello neoliberista predominante, il cui obiettivo rimane quello di sfruttare la crisi climatica per riorientare i processi di accumulazione capitalista in chiave ecologica, attraverso il cosiddetto “green new deal” o capitalismo verde.
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