Testo preliminare “segreto” del “Copenhagen Agreement” fa infuriare i paesi in via di sviluppo
December 8, 2009 |
Il quotidiano inglese The Guardian ha ottenuto una copia di un testo preliminare di accordo, chiamato “Copenhagen Agreement”, stilato da cui un gruppo ristretto di individui chiamato “circle of commitment“, e che pare rappresenti, tra gli altri, Regno Unito, USA e Danimarca. Questo documento ha fatto infuriare i paesi in via di sviluppo, dal moment oche prevede un’architettura completamente nuova del regime climatico.
Il documento di 13 pagine è un testo preliminare di “accordo politico ad effetto immediato”, i cui punti salienti, secondo The Guardian sono i seguenti:
- Obbligare i paesi in via di sviluppo ad accollarsi obblighi di riduzioni quantificate delle emissioni (e relative misure) non incluse nella Convenzione sul Clima (né nel protocollo di Kyoto)
- Creare una nuova categoria di paesi, chiamata “most vulnerable countries”, passo percepito come una mossa per minare la compatezza del G77/Cina
- Ridurre il ruolo delle Nazioni Unite nella gestione della cosiddetta “climate finance”
- Creare due classi di “inquinatori” al 2050: paesi ricchi, cui sarebbe consentito di emettere 2,67 tonnellate di CO2 pro capite; e paesi in via di sviluppo, la cui quota sarebbe limitata a 1,44 tonnellate.
Il quotidiano britannico riporta inoltre come un diplomatico dei paesi in via di sviluppo, rimasto anonimo, abbia definito questo documento “la fine del processo interno alle Nazioni Unite”. Da una nostra veloce lettura - abbiamo avuto solo poco tempo per leggere attentamente il testo - risultano i seguenti punti:
- Il documento fa riferimento all’obiettivo dei 2 gradi, e in questo quadro stabilisce che le emissioni devono raggiungere il loro picco nel 2020. Significativamente però il documento sottolinea che i paesi industrializzati, collettivamente, hanno già raggiunto il loro picco, e che per i paesi in via di sviluppo l’orizzonte temporale per il raggiungimento di detto picco sarà più lungo.
- Le emissioni al 2050 dovrebbero essere ridotte del 50% rispetto al 1990, in vista di una convergenze di emissioni pro capite nel lungo termine. Quanto lungo il lungo termine debba essere non è specificato però.
- Per quanto riguarda gli obiettivi di mitigazione specifici per i paesi in via di sviluppo, il documento parla di obiettivi di riduzioni nazionali “appropriati”, i cui contenuti specifici sono da leggersi nell’allegato A (al momento non compilato), e di un obiettivo cumulativo dell’80% nel 2050, rispetto al 1990. Gli Offsets (le compensazioni di carbonio), avranno un ruolo supplementare
- Gli obiettivi individuali di mitigazione dei paesi in via di sviluppo sarà contenuto nell’Allegato B. Sarà istituito un registro presso la UNFCCC in cui potranno essere riconosciute le azioni di mitigazione dei paesi in via di sviluppo. Gli obiettivi cumulativi invece dovranno corrispondere ad una deviazione rispetto alle proiezioni di business as usual di una percentuale [Y] - quindi percentuale non stabilita nel documento - e dovranno raggiungere il picco di emissioni in una data da definire, per poi decrescere.
- I meccanismi REDD (riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale) sono una parte centrale delle azioni di mitigazione dei paesi in via di sviluppo. I dettagli di tali meccanismi sono però lasciati alle specifiche decisioni della COP15 in materia di REDD
- Per quanto riguarda il Clean Development Mechanism, il documento prevede un passaggio da crediti di carbonio basati su progetti, ad un approccio più comprensivo: è ipotizzabile qui il riferimento implicito al cosiddetto approccio settoriale.
- Per quanto riguarda la tecnologia, il documento reitera le posizioni correnti, e fa riferimento specifico al “technology mechanism”, di cui abbiamo parlato in un recente post sulla dichiarazione su tecnologia e precauzione.
- I finanziamenti previsti per il periodo 2010-2012 sono previsti in 10 milairdi di dollari l’anno, a supporto di sviluppo tecnologico, capacity-building, mitigazione e adattamento nep iaesi in via di sviluppo. L’allegato C conterrà la ripartizione per nazioni di questi finanziamenti. Un nuovo organismo è stabilito per amministrare questi finanziamenti, l’International Climate Financing Board, stabilito sotto l’egida della Convenzione. Un nuovo fondo, il Climate Fund, è stabilito sotto il controllo della COP (la conferenza delle parti)
Per quanto riguarda poi il mercato del carbonio, il documento chiaramente lo include come uno degli strumenti necessari per raggiungere gli obiettivi di mitigazione in maniera economicamente efficiente, ma non fa menzione - come si paventava - delle costruzione del mercato globale entro il 2020, come invece risulta essere l’obiettivo dell’Unione Europea.
A dire il vero non abbiamo trovato alcun specifico riferimento a quei dsati di emissione pro capite citati dal quotidiano britannico. Sembra un documento in linea con la retorica di numeri e obiettivi che è circolata nell’ultimo anno, con punti chiave ancora tra parentesi quadre - ossia proposte su cui poi raggiungere l’accordo nelle sedute negoziali, altri punti chiave semplicemente marcati con placeholders (ossia con X, Y, Z etc.), e con numerosi riferimenti alle decisioni specifiche su altri punti chiave ancora (tecnologia, finanziamenti, REDD etc.) che dovranno prese durante COP15.
Per quanto riguarda l’architettura giuridica, questo documento - che bisogna ricordarlo pertiene ai negoziati sotto l’egida della UNFCCC, e non del Protocollo di Kyoto, prevede obblighi cumulativi per i due blocchi di paesi - ricchi e poveri - senza operare, ci sembra - un distinguo ulteriore con riguardo a i paesi “most vulnerable“, se non nella misura in cui il documento riconosce il bisogno di questi paesi per un supporto speciale per l’adattamento. A meno che la sola menzione - nella parte introduttiva sulla visione condivisa - possa essere interpretata come finalizzata ad incrinare la compatezza del G77/Cina. Ma d’altra parte una speciale categoria - quella delle Least Developed Countries - esiste da un bel pezzo.
Visto la discrepanza tra l’analisi proposta dal The Guardian e la nostra lettura, almeno su alcuni dei punti sollevati dal quotidiano britannico, ci riserviamo di analizzare il testo con più attenzione nei prossimi giorni.
Aggiornamento
Nelle ultime ore sono apparsi molti commenti e interviste su questo testo “segreto”. Il Segretario Esecutivo della UNFCCC, Yvo de Boer, ha dichiarato che non esistono altri testi all’infuori di quello ufficiale della UNFCCC, e che ogni versione collaterale, preliminare e preparata da gruppi ristretti di paesi non ha alcun valore formale, ma sono funzionale a consultazioni informali. Il capo delegazione dell’Unione Europea poi, Artur Runge-Metzger, ha sottolineato come vi siano decine (se non centinaia) di “versioni preliminari” di accordo in ogni COP, che circolano in varia misura tra i delegati.
Per quanto riguarda i punti centrali riportati dal The Guardian, sembra che i dati pro capite siano il risultato di un’operazione - forse un pò arbitraria - di estrapolazione dalle percentuali di riduzione cumulative per paesi ricchi e poveri. Chiaramente anche una convergenza nel medio termine - come ad esempio prevista dall’approccio Contraction and Convergence (C&C) - avrebbe bisogno di tempi sufficienti. Quello che manca nel testo, semmai, è un chiaro orizzonte temporale per raggiungere la convergenza (che invece è prevista per un vago “lungo termine”).












