Giustizia Climatica

Il consumo, non la crescita demografica, la causa dei cambiamenti climatici

November 20, 2009 |

Viste le tendenze a identificare nella crescita demografica - fenomeno particolaremente evidente nei paesi in via di sviluppo - uno dei fattori chiave per combattere problemi ambientali in generale, e cambiamenti climatici in particolare, si ritiene opportuno offrire delle riflessioni al riguardo. In particolare vogliamo riferire di uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Environment and Urbanization, in cui si propone di modificare la famosa equazione I=PAT (dove l’impatto ambientale delle attività umane è una funzione di popolazione, ricchezza e tecnologia) con I=CAT, dove popolazione è sostituito con consumo.

Proponiamo in primo luogo degli estratti dall’articolo menzionato (nostra traduzione), scritto da David Satterthwaite, Senior Felllow dell’International Institute for Environment and Development. L’abstract dell’articolo sottolinea come

Una parte significativa della popolazione mondiale urbana (e rurale) sostiene livelli di consumo così bassi che il loro contributo alle emissioni climateranti è minimo o addirittura nullo. Considerando che le emissioni climalteranti della vita intera di una persona che si aggiunga alla popolazione mondiale variano enormemente (”by a factor of more than a 1000″), a seconda delle circostanze di nascita e delle scelte di vita, è fuorviante vedere nalla crescita demografica il fattore chiave dietro ai cambiamenti climatici. Un’analisi delle emissioni di CO2 Stato per Stato, e di come siano cambiate tra il 1980 e il 2005 (e tra il 1950 e il 1980), mostra una correlazione molto debole tra paesi con rapida crescita demografica e paesi con alti livelli di emissioni di CO2 e peasi con rapdia crescita delle emissioni; infatti sono proprio i paesi con livelli di emissioni bassi (e bassi tassi di crescita delle emissioni) a mostra la più rapida cresctia demografica

Ma lo studio continua mettendo in discussione la prospettiva della produzione per calcolare le emissioni, metodologia usata ad esempio dall’IPCC. L’obiezione principale che Satterthwaite muove a questa metodologia è che una “larga fetta di prodotti che dipendono da miniere, agricoltura, foreste e cambiamenti di destinazione del territorio sono finalizzati a soddisfare i bisogni produttivi o di consumo di aree urbane, cosicchè diventa fuorviante attribuire queste emissioni alle aree (o popolazioni) rurali [...] circa un sesto della popolazione mondiale sostiene livelli di consumo così bassi che non è opportuno inserirli nei calcoli di allocazione di responsabilità per le emissioni climalteranti”.

Questo in realtà è un tema affrontato già dagli autori della proposta chiamata Greenhouse Development Rights (GDRs), il cui punto centrale è che il diritto allo sviluppo deve essere protetto e facilitato se si vuole raggiungere un piano di allocazione degli obblighi di riduzione delle emissioni che non solo sia in grado di raggiungere l’obiettivo di evitare danni climatici catastrofici, ma anche - e soprattutto - che sia equo. Questo, secondo il GDRs, dipende dall’uso di una corretta metodologia per calcolare i due fattori cruciali della responsabilità (quante emissioni?) e della capacità (quante risorse?), da combinarsi in un indice unico che dovrebbe consentire di distribuire, con piena soddisfazione del principio di comuni ma differenziate responsabilità, gli obblighi di riduzione delle emissioni. Elemento portante dei GDRs è peraltro proprio la considerazione che al di sotto di un dato livello di capacità, non vi sarebbe alcun obbligo di assumersi responsabilitÀ di mitigazione.

Ma Satterthwaite continua con un’altra osservazione molto importante:

Non è affatto equo considerare allo stesso modo un aumento di emisssioni di CO2 di una fascia di popolazioni a basso reddito (diciamo un incremento da 0.1 a 0.5 tonnellate di CO2 per persona l’anno) e un simile aumento di una fascia di popolazione ad alto reddito (diciamo un incremento da 7.1 a 7.5 tonnellate di CO2 per persona l’anno).

Questa osservazione riprende la distinzione oeprata già nel 1993 da Henry Shue, a proposito di emissioni di lusso ed emissioni di sussistenza, e riprodotta attravero il diritto allo sviluppo (e la correlata soglia di capacità) proprio dai GDRs: non si può equiparare un aumento di emissioni per motividi di lusso, ocn un aumento di emissioni per motivi di sussistenz, pur se nel calcolo globale dei livelli di CO2 abbia poca importanza tecnica l’origine delle emissioni. E questo è un punto decisamente centrale della giustizia climatica, ovvero rendere esplicito che la neutralità tecnica delle rigini delle emissioni rischia di mascherare profonde differenze che hanno grande valore in termini di equità.

Allo stesso modo è fondamentale portare l’attenzione sui fattori realmente decisivi ai fini dell’aumento delle emissioni climalteranti, e quindi il consumo della minoranza ricca del mondo. Vari studi hanno[1] già da un pò evidenziato il nesso consumo-emissioni. Attraverso, da una parte, l’analisi del cosiddetto carbon leakage e della displaced pollution (ossia fenomeni di “emigrazione” dell’inquinamento da un paese all’altro, in funzione di minori costi del lavoro e di una regolamentazione ambientale meno ferrea), e dall’altra una considerazione del fenomeno della produzione per l’esportazione, traino economico di molti paesi in via di sviluppo (basti pensare alla Cina), questi studi mostrano come sia importante guardare al consumo finale per allocare la responsabilità delle emissioni, e non solo all’aspetto territoriale della produzione. Infatti le emissioni incorporate nel commercio internazionale rappresentano circa il 20% delle emissioni globali, e da questo punto di vista i paesi industrializzati sono “importatori di emissioni”, mentre i paesi in via di sviluppo le esportano: fino al 23% delle emissioni cinesi sono determinate da produzione finalizzata all’esportazione, e i cui prodotti sono consumati altrove (e principalmente negli Stati Uniti e in Europa).

NOTE

[1] Wang, T. e Watson, J. (2007) Who Owns China’s Carbon Emissions? Tyndall Briefing Note N. 23, October 2007, Tyndall Center for Climate Change Research; Peters. G. P. e Hertwich, E. G. (2008) Post-Kyoto greenhouse gas inventories: production versus consumption, Climatic Change, Volume 86, Numbers 1-2 / January, 2008; Peters. G. P. e Hertwich, E. G. (2008) CO2 Embodied in International Trade with Implications for Global Climate Policy, Environmental Science & Technology, Vol. 42, No. 5. (1 March 2008), pp. 1401-1407

http://eau.sagepub.com/cgi/content/abstract/21/2/545
http://eau.sagepub.com/cgi/reprint/21/2/545

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