Il treno per Copenhagen deraglia a Bangkok?
October 12, 2009 |
La riunione intersessionale sulla strada per la COP15 a Copenhagen è terminata da pochi giorni, ed è ora il momento di tirare qualche somma. Sarebbe facile dire semplicemente che la riunione è stata un fallimento, visti i conflitti su ognuna della questioni centrali dei negoziati: mitigazione, adattamento, finanziamenti e tecnologia. In più, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità concreta da parte dei paesi industrializzati - né in termini di riduzione delle emissioni, né in termini di riparazioni del debito climatico, né in termini di meccanismi di finanziamento e supporto di attività di adattamento. E sarebbe probabilmente anche un riassunto corretto in punto di fatto. Ma vi sono almeno due sviluppi degni di particolare attenzione, a prescindere dai concreti risultati della riunione, che ci fanno sollevare la domanda: il treno per Copenhagen è deragliato a Bagngkok?
Che l’accordo di Copenhagen sarebbe stato un flop era cominciato ad essere chiaro già da un pò (vedi COP15 a Copenhagen: niente accordo all’orizzonte? ). La misura del fallimento è emersa chiaramente a Bangkok, ed è commisurata, principalmente, a come gli Stati Uniti stanno ipotizzando la loro partecipazione al regime climatico internazionale post-Kyoto, tanto che la speranza che un accordo a Copenhagen vada oltre una soffice dichiarazione politica è, a nostro avviso, del tutto evaporata.
Lasciando da parte i dettagli dei negoziati (per cui si rinvia agli ottimi resoconti del Third World Network), ci vogliamo soffermare sugli sviluppi della politica climatica statunitense, che sembra offrire una progressione in tre passi.
Il primo, è quello di rifiutare obblighi di riduzione delle emissioni, in base al fatto che prima del prossimo anno (2010) non è ipotizzabile che il Congresso americano farà in tempo ad approvare alcuna legislazione climatica (come la proposta di legge Boxer-Kerry, versione preparata per il Senato della legge Waxman-Markey, e molto simile). In questo senso si è chiaramente espresso il “primo” consigliere sul clima del presidente Obama, Carol Browner. E questo fatto determina la mancanza di “spazio negoziale” per la delegazione statunistense e per Obama alla COP15 a Copenhagen, dal momento che gli Stati Uniti non accetteranno alcun obbligo in sede internazionale che sia più oneroso di quanto non sia previsto o prevedibile in sede di legislazione nazionale.
Il secondo passo è rappresentato dalla nuova architettura del regime climatico post-Kyoto che sta emergendo in queste settimane. Questa nuova architettura, atta a “salvare la COP15 di Copenhagen”, è basata non più sul raggiungimento di un accordo globale in cui siano stabiliti obblighi giuridici di riduzione delle emissioni, ma di un approccio cosiddetto bottom-up (dal basso), e che sia il frutto di un’aggregazione di piani di riduzione delle emissioni, su base volontaria, dei singoli Stati, e/o di accordi bilaterali o regionali - come specificato da un articolo apparso su Foreign Affairs, in chiaro stile “realista”. Questo approccio, che propone tra l’altro il Major Economies Meeting come il forum dove Stati vadano a presentare e discutere regolarmente le loro intenzioni in materia di valutazione e coordinamento di tutta una serie di azioni per la riduzione delle emissioni, era già stato vagheggiato in un articolo apparso su una rivista scientifica di economia ambientale nel 2006, e proposto da Carlo Carraro in un recente Simposio: “Invece di negoziati top-down e globali concentrati su obiettivi di riduzione nazionali, ogni Stato o gruppo di Stati verrebbe a determinare il proprio contributo ai fini di uno sforzo cooperativo per ridurre le emissioni di gas serra, e verrebbe a scegliere i partners con cui intende cooperare”.
Ma v’è di più.
Il terzo passo di questa progressione passa proprio per l’eliminazione del Protocollo di Kyoto. Gli Stati Uniti in questo senso stanno operando al limite dell’ironia. Nel 1997 fu Al Gore a guidare la delegazione statunitesne a Kyoto e a determinare l’inserimento nel Protocollo dei tre meccanismi di flessibilità (Emissions Trading, Clean Development Mechanism e Joint Implementation), e quindi a trasformare il Protocollo di Kyoto nello strumento creatore del mercato globale del carbonio. Gli USA poi non hanno ratificato tale Protocollo, ma l’ambientalismo di mercato ha travolto,k per così dire, il mondo intero, e ad oggi vi sono in atto o, sono in previsione, sistemi di emissions trading (soprattutto nella forma cap-and-trade) ovunque: Unione Europea, Norvegia, Australia, Sud Africa, Stati Uniti, Cina. Non solo, questi strumenti di mercato sono diventati la conditio sine qua non di ogni immaginabile scenario di legislazione internazionale sul clima. Il recente intervento del Primo Ministro norvegese a New York (in norvegese!) è al riguardo molto eloquente.
Il Protocollo tuttavia è stato ampiamente criticato dalla società civile, da paesi in via di sviluppo e da accademici progressisti per via proprio delle “false soluzioni” di mercato incluse quale strumento primario di politica climatica. Ora, con questa “mossa” degli Stati Uniti si è creato un fronte unito in difesa del Protocollo di Kyoto, inclusi i suoi strumenti di flessibilità - le sue false soluzioni. Questa situazione è la conseguenza del fatto che all’interno della UNFCCC, sin dalla COP 13 a Bali nel 2007, si sono aperti due fronti negoziali paralleli. Uno con riferimento al Protocollo, da cui gli Stati Uniti sono esclusi, in quanto non lo hanno ratificato. L’altro invece alla UNFCCC, di cui gli Stati Uniti fanno parte. Chiaramente gli Stati Uniti non hanno interesse all’esistenza di un processo negoziale dal quale siano esclusi, e che potrebbe avere conseguenze significative per la propria posizione all’interno del regime climatico, per cui hanno iniziato a proporre la convergenze e la fusione dei due processi, al contempo immaginando e proponendo la fine del Protocollo di Kyoto.
Questa posizione semrba essere supportata da una buona parte dei paesi del Nord, per cui si è aperto a Bangkok un fronte conflittuale tra Nord e Sud proprio sulla questione del Protocollo. Il G77 + la Cina hanno accusato i paesi industrializzati di voler liquidare le loro responsabilità storiche, e l’unica normativa che renda in qualche modo operativo il principio delle comuni ma differenziate responsabilità .
Ed infatti proprio questo è il punto centrale dello scontro, cui hanno partecipato anche i network di attivisti presenti a Bangkok. La Coalizione Climate Justice Now! è intervenuta in una delle sedute del Gruppo di Lavoro sul Protocollo di Kyoto proprio in difesa del meccanismo di differenziazione presente nel Protocollo, e per controbattere la rinnovata attenzione dei paesi industrializzati sulla dimensione comune della responsabilità . Ricordiamo tra l’altro che gli Stati Uniti - e sfortunatamente anche il Governo Berlusconi - insistono nel richiedere l’accettazione di obblighi di riduzione delle emissioni ai paesi del BRIC - o perlomeno alla Cina.
Ma la posizione in cui il G77 e la coalizione Climate Justice Now! è scivolosa, dal momento che se il Protocollo di Kyoto resisterà a questo “attacco”, sarà mantenuto in toto, quindi con tanto di strumenti di flessibilità : le false soluzioni opposte con vigore dalla coalizione Climate Justice Now! La prospettiva è quella di credere nel processo negoziale della UNFCCC, e premere per l’adozione di un nuovo annesso al protocollo di Kyoto in cui sarebbero da specificare gli obblighi di riduzione per i paesi Annex I (= i paesi industrializzati) per il secondo periodo di validità del Protocollo. Sperabilemte obblighi compatibili con la necessarie riduzioni di emissioni per evitare le conseguenze peggiori dei cambiamenti climatici: incremento della temperatura terrestre media di superficie di 2 gradi e concentrazioni di CO2 non superiori a 350ppmv.
Ma le domande da porsi sono le seguenti: vale la pena 1) aspettarsi qualche risultato dal processo negoziale della UNFCCC e 2) vale la pena continuare a legittimare tale processo attraverso la partecipazione ad esso? In colclusione, È la UNFCCC il Voltairiano “migliore dei mondi possibili”?
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