Giustizia Climatica

Obama, il premio nobel, la pace e la giustizia climatica

October 9, 2009 |

Il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama ha ricevuto ieri il premio Nobel per la Pace. La decisione del comitato dell’Istituto Nobel norvegese ha suscitato molte reazioni di sorpesa, e altrettante di critica. Senza soffermarci sulle varie questioni sollevate nei dibattiti (presidente ancora in carica, comandante supremo delle forze armate di un paese in guerra, premio prematuro, non ha ancora ottenuto alcun risultato concreto etc.), che soprattutto in Norvegia oggi sono stati continui, vogliamo offrire un paio di riflessioni, una sulla pace, o meglio su varie idee di pace, e l’altra sul rapporto tra questo premio Nobel e la giustizia climatica.

Ivan Illich, nel suo intervento di apertura in occasione della prima riunione della Asian Peace Research Association, tenutasi a Yokohama nel Dicembre del 1980, e intitolato The De-Linking of Peace and Development (PDF), aveva illustrato la differenza tra Pace Universale e pace dei popoli. “La guerra”, Illich spiegava “tende a rendere le culture simili, mentre pace è quella condizione grazie alla quale ogni cultura fiorisce nella propria unicità. Da questo discende che la pace non può essere esportata; è inevitabilmente corrotta durante il trasferimento; la sua esportazione significa guerra”. Questo potenziale di belligeranza della Pace Universale, univoca, esportabile ed esportata, è una caratteristica intrinseca proprio di quelle “missioni” di pace (e di liberazione, di democratizzazione, di civilizzazione si potrebbe dire….) che sono in corso, particolarmente in Iraq e in Afghanistan, ma senza dimenticare il conflitto a tutto campo: la guerra al terrorismo. Pace diventa una tecnologia di peace keeping, o peggio, una branca della polemologia.

In particolare con riguardo alle due ultime guerre - Afghanistan e terrorismo - Obama è prossimo a svelare la nuova, riformulata strategia. Mentre è verosimile un incremento delle truppe dislocate in Afghanistan, le ultime notizie sembrano avvalorare la tesi di uno “spostamento del fronte”, verso il Pakistan, al fine di concentrare l’attenzione contro Al Qaeda, piuttosto che contro i Talebani, apparentemente non più considerati una “minaccia diretta” per gli Stati Uniti. In entrambi i casi, la guerra non è messa in discussione, ma solo ripensata strategicamente. Ora, seppure è evidente che sia la guerra in Iraq che quella in Afghanistan sono un’eredità dell’amministrazione precedente, Obama non ha mostrato significativi segni di discontinuità con l’Idea alla base di tali guerre; la discontinuità è solo, semmai, strategica. La guerra per la libertà, la democrazia e lo sviluppo non è ancora finita, nonostante le aperture verso il mondo musulmano. L’idea di una Pace Universale, esportabile, sembra continuare con Obama.

E l’idea di pace apparentemente propugnata e premiata da questa assegnazione di premio Nobel è un’idea di pace tra Stati Sovrani, il cui obiettivo principale è il raggiungimento di una pace economica - risultato che Illich imputa alla crescente importanza del paradigma della scarsità, sviluppatosi dal tardo medioevo in poi, sino alla sua completa accettazione nell’era moderna, e associato all’equiparazione di pace con l’equilibrio di potenze economiche. Ma Illich traccia un ulteriore collegamento, entro questo quadro concettuale, tra questa pace - che chiama pax economica - e il concetto di sviluppo. E questo ci porta al secondo punto su cui si voleva riflettere.

L’idea - e ideologia - di sviluppo che ha dominato il XX secolo e ancora oggi, mutatis mutandis, domina la scena politica internazionale è un’idea di crescita economica - nonostante il programma di rebranding avvenuto alla fine delgi anni ‘80 con il nome di sviluppo sostenibile - di mercificazione e commercializzazione, e di penetrazione del mercato e dell’efficienza come modelli non solo tecnico-economici, ma normativi. Questa idea di sviluppo ha prodotto due conseguenze: la “guerra” alle culture tradizionali di sussistenza (e alla pace delle genti, come diveva Illich) e l’esportazione di un modello socio-economico che poi è risultato in conseguenze e danni sociali ed ambientali oramai ben noti, e culminati nel surriscaldamento globale e relativi cambiamenti climatici, i cui effetti si stanno manifestando già nel presente, e diverranno sempre più evidenti - e drammatici - nel prossimo futuro.

E in questo senso Obama non ha mostrato segni di discontinuità significativi con l’amministrazione Bush nemmeno per quanto riguarda la politica climatica (menzionata nelle motivazioni del comitato Nobel), nonostante l’apparente cambio di marcia drastico: riconoscimento della realtà dei cambiamenti climatici; rinnovato interesse alla cooperazione e al dialogo diplomatico internazionale; promozione di legislazione climatica negli USA (vedi articolo sulla legge “climatica” Waxman-Markey); promozione di efficienza energetica e della “rivoluzione verde” (vedi analisi critica della politica climatica di Obama).

Il ritorno degli Stati Uniti, con Obama, all’interno del discorso diplomatico internazionale - dopo la mancata ratifica del protocollo di Kyoto durante l’amministrazione Clinton e l’isolazionnismo e negazionismo dell’amministrazione Bush - non deve essere, a nostro avviso, sopravvalutato, per varie ragioni. L’insistenza di Obama nell’utilizzare G8/G20 e Major Economies Meeting come un club dei decision-makers “laterale” rispetto al regime delle Nazioni Unite; l’insistenza nel condizionare la politica climatica americana all’accettazione di obblighi di riduzione da parte dei paesi del BRIC, e in particolare la Cina; la recentemente emersa intenzione di liberarsi del Protocollo di Kyoto (fortemente contestata dal G77, e che ha provocato notevoli scontri in sede negoziale a Bangok proprio questi giorni); la proposizione dell’idea che gli Stati Uniti non si verranno ad obbligare in sede internazionale in maniera più onerosa di quanto non sia previsto o prevedibile in sede di legislazione nazionale; l’emersione al contempo, e in via del tutto collegata, di un piano “per salvare la COP15 di Copenhagen”, basato non più sul raggiungimento di un accordo globale in cui siano stabiliti obblighi giuridici di riduzione delle emissioni, ma di un approccio cosiddetto bottom-up (dal basso), e che sia il frutto di un’aggregazione di piani di riduzione delle emissioni, su base volontaria, dei singoli Stati, e/o di accordi bilaterali o regionali - come specificato da un articolo apparso su Foreign Affairs, in chiaro stile “realista”. Questo approccio, che propone tra l’altro proprio il Major Economies Meeting com il forum dove Stati vadano a presentare e discutere regolarmente le loro intenzioni in materia di valutazione e coordinamento di tutta una serie di azioni per la riduzione delle emissioni, era già stato vagheggiato in un articolo apparso su una rivista scientifica di economia ambientale nel 2006, e proposto da Carlo Carraro in un recente Simposio: “Invece di negoziati top-down e globali concentrati su obiettivi di riduzione nazionali, ogni Stato o gruppo di Stati verrebbe a determinare il proprio contributo ai fini di uno sforzo cooperativo per ridurre le emissioni di gas serra, e verrebbe a scegliere i partners con cui intende cooperare”. Tutto questo si traduce, in pratica, in un multilateralismo, per così dire, unilateralista. Si traduce altresì nell’elusione delle responsabilità storiche degli Stati Uniti per i cambiamenti climatici di oggi e di domani. Un accordo tra Stati funzionale alla pax economica, e in cui la pace delle genti non viene considerata.
In questo senso Obama non ha accolto l’idea di giustizia climatica, che si impernia sulle riparazioni per le responsabilità storiche per il surriscaldamento globale, sul ripagamento del debito climatico, e sulla solidarietà materiale per quanto riguarda gli aiuti all’adattamento. Ma più profondamente, la giustizia climatica è un’altra faccia della pace delle genti.

Per concludere, è bene ricordare come parlando di Obama ci si è rivolti anche e soprattutto al contesto politico e di potere entro cui Obama l’individuo si deve muovere. In questo senso lo spazio di libertà politica è molto ridotto, e le responsabilità sono strutturali piuttosto che eminentemente individuali. Purtuttavia l’assegnazione del premio Nobel per la Pace ad Obama ci sembra una consacrazione di un modello di pace belligerante, come illustrato, e la consacrazione, altrettanto preoccupante, di un regime climatico in cui la giustizia climatica è del tutto assente. Si, Obama ha proceduto a ri-iniziare il dialogo sul disarmamento nucleare, e ha invertito la politica dell’amminisrazione Bush circa lo scudo missilistico in Europa. Ma sul territorio, quale pace, quale sussistenza, quale giustizia per la gente la cui esistenza è minacciata da inondazioni, siccità, deforestazione, espropriazioni, distruzione di culture tradizionali, scarsità idriche, aumento del livello dei mari? La Pace Universale, la pax economica, non ha una risposta. Concludiamo con una lunga citazione, non tradotta, di Ivan Illich, tratta dall’intervento citato sopra:

With the rise of the nation-state, an entirely new world began to emerge. This world ushered in a new kind of peace and a new kind of violence. Both its peace and its violence are equally distant from all the forms of peace and violence which had previously existed. Whereas peace had formerly meant the protection of that minimal subsistence on which the wars among lords had to be fed, henceforth subsistence itself became the victim of an aggression, supposedly peaceful. Subsistence became the prey of expanding markets in services and goods. This new kind of peace entailed the pursuit of a utopia. Popular peace had protected precarious but real communities from total extinction. But the new peace was built around an abstraction. The new peace is cut to the measure of homo economicus, universal man, made by nature to live on the consumption of commodities produced elsewhere by others. While the pax populi had protected vernacular autonomy, the environment in which this could thrive and the variety of patterns for its reproduction, the
new pax economica protected production. It ensures aggression against popular culture, the commons and women.

Inoltre, questa Pace Universale “promotes violence against the environment. The new peace guarantees impunity - the environment may be used as a resource to be mined for the production of commodities, and as a space reserved for their circulation. It does not just permit, but encourages the destruction of the commons [ as ] defines the environment as a scarce resource which it reserves for optimal use in the production of goods and the provision of professional care”.

Non la Pace Universale allora, ma la pace delle genti dovrebbe essere, a nostro avviso, la chiave per l’assegnazione del premio nobel per la Pace.

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