Un clima di retorica sulla strada per la COP 15 a Copenhagen
September 22, 2009 |
Oggi si è svolto l’atteso Summit on Climate Change, convocato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon con il fine di smuovere un pò le acque dei negoziati sul clima, che altrimenti procedono a “lentezza glaciale”, e proprio poco prima dell’attesa riunione ufficiale interessionale che si terrà a Bangkok. Il Summit è stato però un conviviale di retorica. Già nel sottotitolo del Summit si potevano intravedere le ombre del paradigma della crescita: Power Green Growth (e poi Protect the Planet). Della cosiddetta crescita verde, o il new deal verde, abbiamo già parlato a proposito della politica climatica di Obama (PDF). Qui si può solo ricordare come l’insistenza sulla benefica combinazione crescita economica e “verdità” (permetteteci il neologismo, pur se non molto elegante) è un’illusione funzionale alla ri-produzione di un sistema economico che garantisce moltissimo a pochi e pochissimo a tutti gli altri (moltissimi). Eppure Obama ha avvertito, nel suo discorso, di come “rischiamo una catastrofe irreversibile” se non si addiverrà ad un accordo. Qualcosa non quadra.
E quello che non quadra è che la retorica domina, mentre i risultati concreti per combattere i cambiamenti climatici rimangono nel mondo delle buone intenzioni. Obama ha nel suo discorso sottolineato una serie di successi della sua amministrazione nel capovolgere l’approccio ai cambiamenti climatici di Bush (e in effetti “di sempre”: I am proud to say that the United States has done more to promote clean energy and reduce carbon pollution in the last eight months than at any other time in our history.). La lista dei “successi” include efficienza energetica nei trasporti su gomma, investimenti verso energia rinnovabile, riduzione delle emissioni. Sui primi due punti si rinvia di nuovo all’articolo politica climatica di Obama (PDF), senza però di mancare di ricordare come la voce “energie rinnovabili” include, ahimè, sia i biofuels che il cosiddetto carbone pulito. Per quanto riguarda il terzo punto, esso si riferisce alla famosa legge Waxman-Markey (di cui anche abbiamo già parlato nell’articolo Una breve analisi della legge Waxman-Markey sul commercio del carbonio negli USA) e che, in via riassuntiva, soffre di vari problemi che la rendono una legge molto poco ambiziosa in termini di obiettivi di riduzione delle emissioni (misurate rispetto al 2005 invece che al 1990 come usuale), e la cui pur moderata ambizione viene quasi del tutto frustrata dalle previsioni in materia di carbon offset: attraverso questi offset, le effettive riduzione sul territorio americano potrebbero ben essere procrastinate nel lontano futuro: 2027 secondo Brian Tokar del Institute for Social Ecology; 2030 secondo Michael Wara di Stanford; 2025 secondo la rivista Mother Jones. Queste previsioni sugli offset sono state giustamente chiamate un cavallo di Troia.
Inoltre, l’importanza della COP 15 di Copenhagen, ancora una volta, viene sminuita e ridimensionata. We must seize the opportunity to make Copenhagen a significant step forward in the global fight against climate change: dobbiamo far sì che la COP 15 di Copenhagen rappresenti un passo avanti significativo nella lotta ai cambiamenti climatici. In linea con un progressione di interventi che chiariscono come ormai COP 15 sarà un passaggio interlocutorio, piuttosto che l’atto conclusivo imamginato a Bali nel 2007.
Ma la Cina? Ci si aspettava una importante dichiarazione di intenti dalla Cina, che avrebbe svelato la propria strategia climatica per il prossimo futuro proprio in occasione del Summit. Ora, senza addentrarci nei problemi etici e giuridici relativi alla implementazione del principio di comuni ma differenziate della responsabilità (PDF), il contributo cinese semrba anch’esso essere una gemma di retorica. La Cina si impegna a “significative riduzioni” di emissioni di carbonio, attraverso un piano al 2020 che porterà a “notevoli riduzioni” dell’intensità energetica rispetto al 2005. Bush era un grande fan del cocnetto di intensità energetica. Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e penna eccellente del New York Times, aveva scritto a suo tempo, circa tale concetto (Paul Krugman, Ersatz Climate Policy, New York Times, February 15, 2002):
What is this thing called greenhouse gas intensity? It is the volume of greenhouse gas emissions divided by gross domestic product. The administration [of George Bush] says that it will reduce this ratio by 18 percent over the next decade. But since most forecasts call for G.D.P. to expand 30 percent or more over the same period, this is actually a proposal to allow a substantial increase in emissions. Still, doesn’t holding the growth of emissions to less than the growth of the economy show at least some effort to face up to climate change? No, because that would happen anyway. In fact, the administration’s target for reduction in greenhouse gas intensity might well be achieved without any policy actions - which is good news, because the administration hasn’t really proposed any.
È bene però ricordare come la CIna, pur essendo oramai il primo paese in termini di emissioni di gas serra, ha emissioni pro capite molte volte inferiori a Stati Uniti e Europa, e che altresì una buona percentuale delle proprie emissioni (almeno il 20% secondo alcuni recenti studi) sono il risultato di produzione il cui consumo avviene nel mondo Occidentale (chi non ha notato come una larghissima serie di merci e prodotti abbia etichette made in china? ).
Quindi, come concludere? Si potrebbe forse collegare la Green Growth del sottotitolo del Summit con alcune parole di Obama: every nation¹s most immediate priority is reviving their economy and putting their people back to work. La crescita, il consumo, l’economia continuano ad essere fattore dominante nella politica ambientale e climatica internazionale. Così ci si può aspettare solo negoziati che, se da una parte procedono con una “lentezza glaciale”, dall’altra avranno a cuore efficienza, mercato del carbonio e profitti.
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