Giustizia Climatica

COP15 a Copenhagen: niente accordo all’orizzonte?

September 16, 2009 |

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha dichiarato che è tempo di “mettersi in movimento” con i negoziati, che sono in ritardo rispetto alle aspettative e alla mole di lavoro negoziale che sarà necessaria per poter anche solo ipotizzare il raggiungimento di un accordo sul successore del Protocollo di Kyoto. Il quadro però diventa ogni giorno più fosco.

Già il Segretario Esecutivo dell’UNFCCC, Yvo De Boer, aveva dichiarato alla fine della riunione intersessionale di Agosto a Bonn che “se continuiamo di questo passo, sarà difficile raggiungere un accordo a Copenhagen”. E prima ancora, in un’intervista di Repubblica.it, in occasione dell’apertura dei lavori dell’IPCC sul prossimo rapporto previsto per il 2013 (5th Assessment Report), Carlo Carraro (unico italiano nel piccolo pannello permanente dell’Ipcc) aveva dichiarato, rispondendo alla domanda “Lei che previsioni fa per la Conferenza Onu di Copenaghen? Si riuscirà a trovare l’accordo globale per fissare limiti drastici e vincolanti alle emissioni di CO2?”:

Credo che l’obiettivo dei 2 gradi di aumento massimo della temperatura media globale fissato dall’Unione Europea e ribadito dal G8 non sia ormai più alla nostra portata. E’ possibile però sforarlo di poco e investire molto in adattamento. Il tempo stringe, ma credo l’appuntamento di Copenaghen sia sopravvalutato. Arriva troppo presto. Gli Usa devono avere il tempo di metabolizzare la svolta di Obama e approvare in via definitiva il “climate bill” [...] Senza quel testo trasformato in legge gli Stati Uniti non hanno potere contrattuale. E’ possibile quindi convocare una conferenza straordinaria a metà 2010, oppure rinviare tutto a quella successiva. A quel punto, con il “climate bill” approvato, prevedo possibili resistenze solo dall’India, mentre sono molto ottimista sull’atteggiamento della Cina e degli altri Paesi emergenti.

Più recentemente Helen Clark, il nuovo “capo” del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha dichiarato al Financial Times che Copenhagen deve essere considerato un passo molto importante, ma che sarebbe troppo ottimistico considerarlo anche come il passo finale. Se non si raggiungesse l’accordo, per Clark non sarebbe un fallimento: COP15 sarà una conferenza positivia ma “non metterà i puntini su tutte le i”.

E oggi lo Earth Times riporta che il Ministro dell’Energia Statunitesnse, Steven Chu, ha offerto dichiarazioni in cui le aspettative per la COP15 di Copenhagen sono notevolmente ridimensionate. L’obiettivo della COP15 è di raggiungere un accordo implementabile, secondo Chu, un accordo che sia realistico date le realtà ed esigenze politche dei paesi chiave coinvolti (USA, Cina e India in particolare, dal punto di vista americano), e viste le difficoltà nel trovare un accordo, come testimoniato dal recente G8+5 tenutosi a L’Aquila. Chu insiste che non bisogna considerare COP15 come l’ultima spiaggia, e neppure come la tappa fondamentale e conclusiva del processo negoziale iniziato a Bali nel 2007.

D’altra parte è anche emerso un conflitto tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti circa l’architettura legale di un eventuale accordo post-Kyoto. Secondo The Guardian infatti l’UE è nervosa per via di apparenti piani dell’amministrazione Obama tesi ad una modificazione piuttosto radicale dell’architettura legale del Protocollo di Kyoto (che per inciso, furono in buona misrua opera di un’altra amministrazione americana, il cui capo delegazione a Kyoto era niente meno che Al Gore). La UE chiaramente non ha alcun interesse a modifcare la sostanza di Kyoto, visto che già dal 2005 ha implementato il suo sistema di scambio delle emissioni (per se senza molto successo). Inoltre, la UE sottolinea giustamente come una modificazione radicale dell’architettura legale verrebbe necessariamente a richiedere anni per essere negoziata.

Il piano dell’amministrazione Obama non è stato ancora reso pubblico, ma da quello che riporta The Guardian, sembra che gli Stati Uniti spingeranno perchè ogni Stato stabilisca le proprie regole e i metodi per raggiungere gli obiettivi prefissati. A questo proposito, una draft negoziale consegnata alla UNFCCC a Maggio 2009 conteneva una clausola secondo la quale le riduzioni delle emissioni dovrebbero essere conformi alla legislazione nazionale. Come dire, faremo a modo nostro. D’altra parte l’amministrazione americana non avrà “mandato” di obbligarsi in sede internazionale a riduzione che siano più onerose di quelle stabilite dalla legislazione domestica. Il Waxman-Markey bill, oppure una fantomatica proposta che dovrebbe sostituirlo (visto le poche aspettative di successo del Waxman-Markey in Senato).

Insomma, per la COP15 a Copenhagen si prospetta la seria possibilità che non si raggiunga alcun accordo. Non che questo debba in realtà sorprendere. D’altra parte, ci domandiamo: niente accordo è meglio di un cattivo accordo? Sarà interessante aspettare per visionare il piano degli USA, e anche quello, che verrà presentato a breve, della Cina.

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