Giustizia Climatica

G8 sul clima: consenso storico oppure occasione mancata?

July 17, 2009 |

Il G8 tenutosi a L’Aquila si è concluso con un documento in cui i “grandi” hanno delineato le linee guida di quello che si può verosimilmente considerare come una “brutta” di quell’accordo che ci si aspetta a Copenhagen. Obama - secondo Repubblica.it - ha celebrato i risultati del G8 sul clima come un “consenso storico”. Repubblica.it riporta che “introdotto da Silvio Berlusconi, Barack Obama ha presentato in conferenza stampa congiunta con il premier australiano Kevin Rudd l’accordo sul clima raggiunto all’Aquila”, appunto, frutto di un consenso storico.
I punti centrali dell’accordo sono due. Il primo è l’accettazione del tetto precauzionale massimo per la crescita della temperatura del pianeta di 2 gradi centigradi al di sopra dei livelli pre-indsutriali. Il secondo è l’obiettivo della riduzione delle emissioni climalteranti del 50% entro il 2050 e dell’80 per cento, con riferimento al 1990 o ad anni più recenti. La domanda da farsi è quindi se il G8 rappresenti davvero un consenso storico, oppure sia una (ulteriore) occasione mancata.

Questo accordo è stato “registrato” nel documento Responsible Leadership for a Sustainable Future

We recognise the broad scientific view that the increase in global average temperature above pre-industrial levels ought not to exceed 2°C. Because this global challenge can only be met by a global response, we reiterate our willingness to share with all countries the goal of achieving at least a 50% reduction of global emissions by 2050, recognising that this implies that global emissions need to peak as soon as possible and decline thereafter. As part of this, we also support a goal of developed countries reducing emissions of greenhouse gases in aggregate by 80% or more by 2050 compared to 1990 or more recent years.

Nel documento del Major Economies Forum (che include anche Brasile, Cina, Sud Africa, Sud Corea, tra gli altri) intitolato Dichiarazione dei Leader del Forum delle Maggiori Economie (MEF) su Energia e Clima, è stato reiterato solamente l’obiettivo dei 2 gradi, data l’opposizione delle economie emergenti ad accettare obiettivi quantificati di ruiduzione.

Questi documenti però presentano delle sottigliezze che, una volta comprese, ridimensionano la “storicità” di tale consenso.

E questo al di là delle posizioni di Cina e India, che non hanno aderito al consenso espresso nel documento del MEF, sempre per via della diversa interpretazione del principio delle comuni ma differenziate responsabilità (in inglese). Di queste visioni differenti abbiamo già scritto nell’articolo Costi, benefici e responsabilità climatica: una breve analisi critica della posizione italiana, pu cui vi si rinvia.

Quello che vogliamo sottolineare qui sono come proprio i due punti centrali dell’accordo hanno zone d’ombra significative.

Mantenere l’aumento di temperatura entro i 2 gradi centigradi

Il primo punto, quello appunto di mantenere l’aumento di temperatura entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, è da tempo promosso come tetto precauzionale dall’Unione Europea. L’avvento dell’amministrazione Obama ha fatto sì che ora anche gli Stati Uniti aderiscano a questo obiettivo, da cui discende l’accordo raggiunto al G8. Una simile convergenza di vedute sulla politica climatica è altresì evidente nel supporto di Obama per uno schema di cap-and-trade simile a quello in vigore nell’unione europea dal 2005, come strumento centrale per la riduzione delle emissioni (e con molti degli stessi problemi, si deve aggiungere. Per un’analisi vedi articolo Una breve analisi della legge Waxman-Markey sul commercio del carbonio negli USA).

Ma questo tetto precauzionale, cosa vuol dire? Mantenendo l’aumento della tempratura al di sotto dei 2 gradi, si eviteranno gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici? A sentire i climatologi che scrivono su Real Climate, non è proprio così.

Infatti RealClimate riporta in un articolo dell’Aprile 2009 (Hit the brakes hard) come questo tetto di 2 gradi non assicuri contro effetti sul clima di grande pericolosità:

We feel compelled to note that even a “moderate” warming of 2°C stands a strong chance of provoking drought and storm responses that could challenge civilized society, leading potentially to the conflict and suffering that go with failed states and mass migrations. Global warming of 2°C would leave the Earth warmer than it has been in millions of years, a disruption of climate conditions that have been stable for longer than the history of human agriculture. Given the drought that already afflicts Australia, the crumbling of the sea ice in the Arctic, and the increasing storm damage after only 0.8°C of warming so far, calling 2°C a danger limit seems to us pretty cavalier.

A questo va aggiunta la considerazione che l’aumento di 2 gradi cui ci si rifersice è un aumento della temperatura media globale della superficie terrestre, il che significa che le condizioni locali sono altamente variabili, e che in alcune aree gli aumenti di temperatura - o comunque le alterazioni del clima - saranno decisamente più alti. L’astrazione che si opera riferendosi ad un singolo valore medio nasconde pericolosamente le variazioni locali, variazioni che promettono di concentrare gli effetti più intensi laddove vi sono minori risorse per adattarsi. Già adesso gli aumenti delle temperature nelle zone artiche oscillano tra i 2 e i 3,5 gradi centigradi. E per tutte quelle aree - particolarmente in Africa - dove le risorse idriche sono già ora a rischio, un aumento di 2 gradi a livello medio globale può rappresentare una drammatica situazione con prolungate siccità e generale deperimento delle risorse idriche.

Riduzione delle emissioni dell’80% nel 2050 per i paesi sviluppati

Come si evince dal documento di riepilogo del G8, “i Leader [...] hanno concordato sull’obiettivo di lungo termine di ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2050 e, come parte di ciò, su un obiettivo di riduzione dell’80% per i paesi sviluppati.”
Il diavolo però, come si dice, è nei dettagli. In primo luogo l’accordo su questi obiettivi di riduzione, che necessitano di un parametro di riferimento (riduzione rispetto a che/quando?), è meno chiaro proprio rispetto al riferimento temporale da utilizzare come bechmark. Il documento infatti parla di riduzioni rispetto al 1990, o ad anni più recenti.. è opportuno ricordare come nel pacchetto energia e clima che prevede lo schema di cap-and-trade negli Stati Uniti, il Waxman-Markey, gli obiettivi d iriduzione sono misurati rispetto al 2005. è quindi ipotizzabile che l’ambiguità dell’espressione aggiuntiva “anni più recenti” rappresenti una porta aperta per gli Stati Uniti, con relativa dichiarazione di flessibilità.
in secondo luogo, non si è discusso, né ci si è accordati su alcun obiettivo di breve periodo. Considerando come i leader di oggi non avranno da accollarsi responsabilità politica di obiettivi al 2050, è chiaro come questo consenso storico dovrà essere implementato da un’altra generazione - futura - di politici.

Conclusione

Questo “consenso storico” si rivela quindi meno storico di quello che potrebbe sembrare ad una lettura superficiale. Addirittura il segretario generale della Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ha definito il G8 come un’occasione persa: “I traguardi che hanno finora indicato sono insufficienti”, ha detto il segretario generale Ban Ki Moon. “Il problema del clima è una responsabilità; imperativa e storica per il futuro dell’umanità e del nostro pianeta”. (fonte: Repubblica.it).

È interessante riportiare l’ultima domanda (e risposta) di un’intervista di Repubblica.it a Carlo Carraro (neorettore dell’università di Venezia e unico italiano nel piccolo pannello permanente dell’Ipcc):

D: In questi giorni l’impegno dei Grandi sul clima ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Lei che previsioni fa per la Conferenza Onu di Copenaghen? Si riuscirà a trovare l’accordo globale per fissare limiti drastici e vincolanti alle emissioni di CO2?

R: Credo che l’obiettivo dei 2 gradi di aumento massimo della temperatura media globale fissato dall’Unione Europea e ribadito dal G8 non sia ormai più alla nostra portata. E’ possibile però sforarlo di poco e investire molto in adattamento. Il tempo stringe, ma credo l’appuntamento di Copenaghen sia sopravvalutato. Arriva troppo presto. Gli Usa devono avere il tempo di metabolizzare la svolta di Obama e approvare in via definitiva il “climate bill” [...] Senza quel testo trasformato in legge gli Stati Uniti non hanno potere contrattuale. E’ possibile quindi convocare una conferenza straordinaria a metà 2010, oppure rinviare tutto a quella successiva. A quel punto, con il “climate bill” approvato, prevedo possibili resistenze solo dall’India, mentre sono molto ottimista sull’atteggiamento della Cina e degli altri Paesi emergenti.

In conclusione, e per rispondere alla domanda nel titolo di questo articolo, il G8 non ha sicuramente rappresentato un consenso storico. Per quanto riguarda l’occasione mancata, e a dispetto di questa valutazione espressa da Ban Ki Moon, GiustiziaClimatica ritiene che esso non si possa definire neanche come tale, dal momento che questo G8, a dispetto di questo accordo, prosegue nella linea di politica economica e politica climatica dei precedenti G8, incentrando sul mercato del carbonio la propria visione di mitigazione e adoperandosi per trovare un consenso verso un capitalismo “verde” e “umano”, chiave di lettura degli sforzi di riguadagnare legittimità a fronte delle montanti proteste contro la globalizzazione neoliberale dei movimenti sociali, esplose a Seattle nel 1999.

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