Ma quali rinnovabili: società petrolifere investono in petrolio
March 19, 2009 |
I cambiamenti climatici procedono inarrestabili, producendo scarsità di acqua, minacciando la sicurezza alimentare, espandendo l’incidenza geografica di malattie tropicali, danneggando i banchi di coralli, precipitando i processi di desertificazione, riducendo i ghiacciai. In questo anno “cruciale” che dovrebbe portare alla adozione di un nuovo trattato climatico che succeda al protocollo di Kyoto si parla di new deal verde, investimenti su energie rinnovabili, produzione sostenibile. Ma la realtà sembra prendere una piega differente: le società petrolifere investono in petrolio e divestono in rinnovabili.
La Royal Dutch Shell, una la seconda più grande società privata (non statale) petrolifera del mondo, ha annunciato la riduzione degli investimenti su energie rinnovabili, e che si concentrerà esclusivamente su petrolio, gas naturale e agrocarburanti (biofuels): tutti i nuovi investimenti in energia solare, energia eolica e idrogeno verranno eliminati. La ragione è da trovare nella mancanza di competitività delle fonti rinnovabili, particolarmente a fronte della drastica riduzione dei prezzi dei combustibili fossili nell’ultimo anno (vedi articolo sul Times Online Anger as Shell reduces renewables investment)
Dall’altra parte dell’oceano (vedi articolo del Wall Street Journal), diverse compagnie petrolifere (tra cui Shell, Exxon-Mobil, i soliti sospetti) si sono assicurate enormi quantità di diritti di estrazione, immagazzinamento ed uso di risorse idriche nella zone occidentale degli USA, in previsione dell’estrazione di petrolio da giacimenti di shale oil (olio di scisto) che si trovano sotto le Rocky Mountains, operazione che richiede enormi quantità d’acqua. Questi giacimenti contengono circa 800 milioni di barili di petrolio, il che corrisponde al triplo delle riserve dell’Arabia Saudita. Tali concessioni permetterebero alle compagnie petrolifere in questione di utilizzare circa 25 miliardi di litri d’acqua al giorno divertendoli dal fiume Colorado (durante la fase di piena), il quale fornsice di acqua circa 25 milioni di persone, in una zona già preda di scarsità idriche. Inoltre, le quantità di acqua che queste compagnie possono immagazzinare corrisponde al consumo di qacua della città di Denver per 6 anni! Per il momento queste risorse non sono utilizzate ma l’approccio è quello di assicurarsi diritti d’uso appena disponibili.
Il Canada, per non rimanere a guardare, ha da tempo iniziato “le procedure” per sfruttare gli enormi giacimenti di tar sands (sabbie bituminose) nello Stato dell’Alberta (che potrebbe rappresentare il più grande giacimento al mondo, con stime che raggiungo i 2.500 miliardi di barili): Tar Sands Watch da tempo segue gli sviluppi di queste operazioni, e chiama ad una moratoria fondado la sua campagna su 6 ragioni, elaborate nel loro “backgrounder”, la Polaris TarSands Moratorium Declaration (PDF).
Tornando in Europa, in NOrvegia il cosiddetto governo rosso-verde (un’allenaza di laburisti, sinistra socialista e partito degli agricoltori) comntinua ad investire sia politicamente che economicamente nei combustibili fossili - risorsa strategica del paese - sia indirettamente atteaverso la promozione delle tecnologie di cattura e sequestro del carbonio, sia direttamente attraverso la volontà (in parte determinate dalle enormi pressioni di compagnie petrolifere) di aprire all’estrazione e sfruttamento delle sostanziose risorse petrolifere presenti nella zona. Obama stesso, la “speranza” del new deal verde, prevede la continua epansione dell osfruttamento delle risorse energetiche fossili.
Ma quali rinnovabili? Quale new deal verde? L’accordo della COP15 a Copenhagen potrebbe dovrà fare i conti con un’impennata degli investimenti petroliferi.
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