Giustizia Climatica

12 semplici azioni per non cambiare clima

March 6, 2009 |

Lo United Nations Development Program ha appena pubblicato un nuovo sito chiamato 12 simple things, il cui solo contenuto è una lista di 12 semplici azioni il grande pubblico può fare per contribuire a mitigare i cambiamenti climatici attraverso la riduzione della propria “impronta di carbonio”. Questa lista, riportata di seguito, opera quella sublimazione della politica in scelte di consumo oramai presente nella maggior parte della documentazione ufficiale di UN, OECD, World Bank etc.

Le 12 semplici azioni sono le seguenti

  1. Spegni
    Spegni la lcue, la TV, lo stereo e togli il caricatore del cellulare dalla presa, per risparmiare energia (tra il 10 e il 40%)
  2. Sii preciso
    Riempi il bollitore d’acqua solo con la quantità di acqua di cui hai bisogno
  3. Chiudi
    Non lasciare la porta del frigo aperta più del necessario
  4. Controlla le gomme
    Con le gomme auto gonfiate al punto giusto si risparmia carburante
  5. Non usare plastica
    USa buste di stoffa e non comprare prodotti che usano molta plastica
  6. Usa il ventilatore
    Vestiti leggero e usa il ventilatore piuttosto che il condizionatore d’aria
  7. Guida di meno
    Fai meno viaggi in macchina. Usa il trasporto pubblico, la bicicletta o il car pooling
  8. Ottimizza la velocità
    Guidando a non più di 90 km/h si risparmia carburante
  9. Guida un’ibrida
    Un’auto ibrida o più efficiente consuma meno carburante
  10. Cambiale
    Cambia le lampadine a incandescenza con lampadine compatte a fluorescenza. Cambia anche i vecchi elettrodomestici con modelli più nuovi ed efficienti
  11. Attento a quello che mangi
    Compra cibo prodotto localmente
  12. Ricicla
    Compra meno, e ricicla ri-usa di più

Ora, questa lista, seppure contenga alcuni suggerimenti di buon senso (ricicla e ri-usa, usa la bicicletta), segue la linea fin troppo diffusa di delegare responsabilità al singolo individuo in veste di consumatore, eludendo il problema centrale alla radice dei cambiamenti climatici (e di moltri altri problemi ambientali): il consumo e, in maniera strettamente correlata, la struttura socio-politica e il modello economico delle società occidentali.
L’idea stessa di un modello di consumo e produzione sostenibile come elemento chiave per uno sviluppo sostenibile, pur presente sin dalla fine degli anni ‘80 nel discorso politico mainstream della Nazioni Unite (si vedano, a titolo di esempio, il Rapporto Brundtland e Agenda 21) è stata sposata sempre con una concezione di sviluppo e di sostenibilità radicata nella teoria economica neo-classica e nella conseguente teoria della modernizzazione ecologica: la crescita è il motore dello sviluppo; lo sviluppo elimina il degrado ambientale determinato in larga misura dalla povertà; le economie sviluppate tendono a trasformarsi in economie di servizi, con minore impatto ambientale; alla crescita del reddito corrisponde una maggior propensione a spendere per la protezione ambientale; il consumo sostenibile si ottiene attraverso una riconversione verde dei modelli di produzione, incrementando efficienza energetica e commercio internazionale, in modo da poter “fare di più con meno risorse”.
All’interno di questo modello di sostenibilità “debole” (o debolissima), e orientato verso crescita economica, il consumo sostenibile è reso in termini di consumo più efficiente, come proposto regolarmente in documenti ufficiali di Organizzazione Intergovernative quali the Nazioni Unite o l’OECD. Un rapporto del Environment Directorate Program on Consumption, Production and the Environment dell’OECD, descrive ad esempio la strategia per un consumo sostenibile nel seguente modo:

The concept of eco-efficiency from the perspective of the consumption side means that the somewhat unworkable goal of “changing consumption patterns” can be rephrased into a little bit more concise and operational target, namely “inspiring consumers to contribute to more efficient consumption patterns”. In other words, consumers should continue satisfy their needs - not necessarily with fewer products - but with products or services requiring fewer natural resources and causing less pollution. The vast majority of the poor - lacking access to basic needs and predominantly to be found in developing countries - should be supported to become consumers and increase their quality of life by being able to consume more products and services. The role of governments and business is to identify the underlying forces of consumption, so that the substitutes they offer will both satisfy the environmental demands and the demands of the consumers. Governments also have to find and implement mechanisms for a re-distribution of natural resources, which should gradually become easier if the goals of eco-efficiency are being met. This is in a nutshell the strategy of sustainable consumption [1]

Da questo estratto appare evidento come il punto centrale di questa strategia sia l’eco-efficienza, in particolare come soluzione alla necessità di stimolare il consumo dei “poveri”, promuovendo una visione in cui “vast majority of the poor [...] should be supported to become consumers and increase their quality of life by being able to consume more products and services”. Ma v’è di più. Il cocnetto di modelli di consumo sostenibili è considerato impraticabile (”unworkable”), e quindi deve essere trasformato nell’obbiettivo semplificato di ispirare i consumatori a contribuire attraverso consumo più efficiente (”inspiring consumers to contribute to more efficient consumption patterns”). La questione dei livelli assoluti di consumo, e dei modelli di consumo, non viene sfiorata.
Questa retorica è d’altronde riproposta anche in documenti legali e politici di grande importanza come la Convenzione sul Clima del 1992, o il Piano di Implementazione del Summit sullo Sviluppo Sostenibile tenutosi nel 2002 in Sud Africa.
Le lezioni di William Jevons (nel XIX secolo, a proposito del “fallimento” dell’efficienza energetica), di Vance Packard (negli anni ‘50, a proposito della costruzione dei bisogni, della manipolazione dei desideri e della obsolescenza programmata dei beni di consumo) o, oggigiorno, di Juliette Schor (marketing, manipolazione dei desideri e overconsumpion, in particolare con riferimento ai bambini), Herman Daly (uno dei padri della economia ecologica), Thomas Princen o Michael Maniates (entrambi approfondendo ed affrontando il problema del consumo come elemento chiave del degrado ambientale), non vengono nemmeno considerate.
Note

  1. OECD, Policies to Promote Sustainable Consumption: an Overview, 2001, Working Party on National Environmental Policy, ENV/EPOC/WPNEP(2001 )18/FINAL UNCLASSIFIED p. 10
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