Giustizia Climatica

Clima, Obama e Cambiamento: il new deal verde è realtà o illusione?

February 2, 2009 |

Obama ha basato la sua intera campagna elettorale sul concetto di cambiamento: cambiamento politico, generazionale, ambientale. Ora, insiediatosi alla Casa Bianca, Obama ha dato inizio al New Deal verde, considerando di voler raggiungere un triplice obiettivo:

“l’indipendenza dell’America dal petrolio straniero”, “l’approvazione entro marzo degli standard di efficienza energetica per i veicoli in vigore dal 2011″ e il via libera all’Epa, l’agenzia per l’Ambiente Usa, affinché “la California possa fissare i suoi limiti alle emissioni di CO2 della automobili”. (Repubblica.it)

Lo stesso articolo titola addirittura nel seguente modo:

Rivoluzione ambientale di Obama- “Meno petrolio e più efficienza”

e poi apre:

L’uscita degli Stati Uniti dal tunnel della recessione passa in buona misura dalla riconversione ambientale della sua economia

.
L’oggetto concretamente all’ordine del giorno è la possibilità della California (e di altri 13 Stati americani) di fissare standard di efficienza energetica per autoveicoli maggiori di quelli fissati in sede federale. Possibilità finora negata dalla EPA, in virtù dell’ostruzionismo dell’amministrazione Bush. Ora, Repubblica si riferisce a questi Stati come “frustrati sino ad oggi nei loro sforzi ambientalisti”, implicando una certa equazione tra efficienza energetica ed ambientalismo. Ed è vero che molte organizzazioni ambientaliste puntano sull’efficienza energetica come uno dei punti centrali di una “economia ecologica”, specialmente negli Stati Uniti. Questo è in sintonia con il ruolo centrale che l’efficienza energetica gioca nelle politiche climatiche che dominano sia in Europa che negli USA [1].

Il primo passo fatto da Obama è quindi proprio in relazione agli standard di efficienza energetica delle automobili - che per inciso negli Stati Uniti sono pessimi - il che è stato applaudito, tra gli altri, dal Presidente del Natural Resources Defense Council, una delle più grandi ONG ambientaliste statunitensi. Questo fatto non deve sorprendere: molte ONG hanno “abbracciato” i programmi di efficienza energetica. Uno dei motivi, come illustrato da Michael Maniates nel suo contributo al libro (eccellente!) Confronting Consumption, è che focalizzare sull’efficienza energetica consente di creare liste “salva clima” per i singoli consumatori (cambia lampadine; usa la bicicletta; compra elettrodomestici di classe A etc. vedi Maniates 2001), senza andare a confrontarsi con problemi più profondi e/o strutturali, quali il consumo, il modello socio-economico, il sistema di produzione industriale, la distribuzione di potere etc.

L’efficienza energetica e l’effetto di rebound

Miglioramenti dell’efficienza però, a ben guardare, non sono in grado di determinare riduzioni delle emissioni compatibili con gli obiettivi di abbattimento che emergono come necessari dal lavoro dell’IPCC (e quindi riduzione dell’80% delle emissioni climalteranti al 2050). Una delle ragioni è il cosiddetto rebound effect (in inglese). L’effetto di rebound è un processo che avviene a seguito di incrementi dell’efficienza energetica. In generale, a livello macroeconomico, maggiore efficienza porta, dopo un periodo di aggiustamento, ad un incremento assoluto del consumo di energia: la maggiore efficienza relativa determina un minore consumo di energia per unità di output o di performance, e determina a sua volta una diminuzione dei costi e un conseguente, susseguente aumento della domanda (Greene et al. 1999, Herring 2006).
Indirettamente, e al micro livello del consumatore, il minor consumo di energia – e quindi la diminuzione dei costi operativi di una serie di beni - consente l’aumento dell’utilizzo del bene (lampadine più a lungo accese, maggior utilizzo dell’automobile etc,), oppure porta allo spostamento di una parte del budget individuale e/o famigliare verso altri tipi di consumo, prima inesistenti, che incrementano l’utilizzo di energia in termini assoluti, annullando i guadagni ottenuti attraverso incrementi dell’efficienza.
Questo fenomeno, descritto già da William Stanley Jevons a proposito dell’utilizzo del carbone in Inghilterra, è anche chiamato “paradosso di Jevons” (in inglese): “quei miglioramenti dell’efficienza energetica che, in via generale, sono giustificati economicamente al microlivello, conducono a consumi di energia al macrolivello maggiori che senza tali miglioramenti”. Jevons notò - nel suo libro The Coal Question (1865) - come il consumo di carbone fosse aumentato in maniera decisa dopo che James Watt aveva introdotto il suo motore a vapore alimentato a carbone, la cui efficienza energetica era nettamente superiore ai design precedenti.
In prospettiva storica, i problemi legati a politiche di efficienza sono ben illustrate da uno sguardo al consumo primario di energia negli USA. I dati storici evidenziano come gli unici periodi che mostrino una riduzione in termini assoluti del consumo di energia siano osservabili dopo le crisi energetiche del 1973 e del 1979. Queste riduzioni però sono state ottenute attraverso conservazione di energia, e non aumento dell’efficienza (Moetzi 1998). Nello stesso periodo si può osservare una diminuzione significativa della “intensità energetica”. Il che vuol dire che mentre l’efficienza energetica è migliorata, il consumo totale di energia è aumentato. Moetzi sottolinea come

[t]he idea of energy efficiency through technology was strategically deployed by the U.S. energy policy community in the 1980s, toward disassociating energy conservation with pain, sacrifice, the to-the-soul national trauma of the Energy Crisis era, and the dire supply shortage predictions of that time did not come true

Commercio del carbonio

In questo contesto, è bene anche considerare come un altro punto centrale del programma energetico e climatico di Obama sia un sistema di cap-and-trade, ossia un meccanismo di commercio di permessi di emissione (vedi Commercio del Carbonio Spiegato) simile al sistema europeo. Senza soffermarsi su tutta una serie di problemi di tipo etico, sociale e ambientale del commercio del carbonio (vedi SinksWatch e/o CarbonTradeWatch, entrambi in inglese), si può sottolineare ai fini di questa analisi come l’effetto principale di un sistema di cap-and-trade sia proprio quello di stimolare efficienze, e quindi la diffusione e l’adozione di tecnologie esistenti, piuttosto che quello si offrire reali incentivi verso l’innovazione (vedi, tra gli altri, Ashford 2000, Driesen 2003, De Lucia 2007, Maréchal 2007). Processi di lock-in però rendono “unlikely that traditional cost-efficient measures [strumenti di mercato] will be sufficient to bring about the required radical changes in the field of energy as they fail to address structural barriers” (Maréchal 2007). In maniera simile, van den Bergh et al. (2006) sostengono che “governmental technology policies should focus more on the diversity of technologies, strategies and businesses, rather than on economic efficiency as the key goal”. E il problema centrale è proprio quello dell’appropriatezza dello strumento rispetto all’obiettivo precauzionale di riduzione delle emissioni menzionato in precedenza.

Ridurre dell’80% i gas serra al 2050 con sequestro geologico e clean coal

Obiettivo gagliardo? In linea con le previsioni dell’IPCC, Obama sembra aver finalmente stabilito obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti che rispecchiano la necessità di contenere i cambiamenti climatici entro la soglia precauzionale dei 2 gradi centrigradi e rispettano le richieste del movimento ambientalista e dei paesi del Sud Globale per un ruolo di leadership che catalizzi la comunità internazionale e dimostri di assumersi le proprie responsabilità ambientali ed etiche. Eppure abbiamo visto come le politiche elencate nel piano energia e clima offrano ben poco in termini di efficacia ambientale. In più, va considerano altresì l’ulteriore strumento previsto dal piano Obama, e cioè il clean coal (carbone pulito). Il famoso carbone pulito, proprio pulito non è; al contrario è una tecnologia che se implementata, avrebbe come primo effetto quello di incentivare l’estrazione e l’utilizzo di carbone, che è il combustibile fossile con i maggiori problemi sociali e ambientali, considerando i disastri ecologici legati ai metodi di estrazione e alle emissioni - non solo di gas serra - ma anche di metalli pesanti e altre sostanze tossiche durante tutto il ciclo estrattivo e produttivo. In più, mantenere operativi impianti a carbone - pur se equipaggiati con sistemi di sequestro della CO2 - verrebbe a frenare la transizione energetica e tencologica tanto agognata.
In particolare, la tecnologia di riferimento per quanto riguarda “carbone a zero emissioni” (che viene inserito nella sezione sulle energie sostenibili e rinnovabili!) è il sequestro geologico del carbonio, al cui riguardo proponiamo un estratto da un articolo pubblicato dal Centro Internazionale per la Cultura e i Diritti dell’uomo:

A parte la chimera della possibilità di continuare indisturbati sulla via del consumo e della crescita economica senza preoccupazione per emissioni climalteranti, il sequestro della CO2 presenta in realtà una serie di problemi e rischi che vengono continuamente e sistematicamente minimizzati dalle industrie interessate (industria del carbone, petrolifera, automobilistica, ferroviaria, elettrica etc.) e dai leader politici che supportano questa strada.

Un recente rapporto preparato per Greenpeace International (.PDF, in inglese) da Emily Rochon (et alia) mostra come in realtà una tale tecnologia sia richiosa, presenti problemi sociali a giuridici complessi e non sia sufficientemente matura anche fosse sicura ed efficiente.

Riassumendo il rapporto, si possono menzionare i seguenti punti:

  • La cattura della CO2 richiede un consumo aggiuntivo di energia tra il 10% e il 40% per ogni impianto equipaggiato con tale sistema. Quindi ogni 4 impianti ce ne vorrebbe un quinto solo per fornire energia al sistema di cattura esequestro
  • Questo sistema richiede anche un incremento del consumo di acqua del 90%
  • Il deposito sotterraneo della CO2 è rischioso. Non c’è nessuan garanzia che la CO2 rimanga sottoterra, né per quanto tempo. Gli effetti del deposito potrebbero venir vanificati anche da perdite minime sostenute nel tempo
  • Vi sono problemi di responsabilità. Una significativa perdita di CO2 può uccidere vegetazione, animali ed esseri umani in un’area molto estesa. L’industria è già al lavoro per far sI che la responsabilità di tali eventi ricada sui contribuenti.
  • Non c’è tempo. Il consenso scientifico considera il 2015 la data entro la quale le emissioni di CO2 devono cominciare a diminuire. Il sequestro della CO2 non sarà disponibile in via commerciale prima del 2020, mentre le proiezioni più comuni e gli esperti dell’industria (in inglese) non lo considerano implementabile prima del periodo 2030-2050.

Agrocarburanti/Biocarburanti, Energia Nucleare e Combustibili Fossili

Per quanto riguarda la politica sugli agrocarburanti (o biocarburanti), il programma di Obama è relativamente chiaro al riguardo, come evidente dal discorso Barak Obama and Joe Biden: New Energy for America (in inglese) e dal programma presentato sul sito della Casa Bianca (in inglese) . Pur se non cè stato nessun atto ufficiale da parte dell’amministrazione americana in materia di agrocarburanti, è ragionevole aspettarsi una politica che sia in linea col documento citato, in cui Obama prefigura investimenti per agrocarburanti di seconda generazione come parte integrante del suo new deal verde: nel suo programma Obama prevede di rendere obbligatoria la produzione di autoveicoli “flessibili”, cioè in grado di utilizzare agrocarburanti, e di incrementare l’utilizzo di biocarburanti di seconda generazione nel 2030 a 60 miliardi di barili. L’utilizzo di agrocarburanti è un punto centrale ai fini del raggiungimento dell’obiettivo dell’indipendenza energetica.

Per quanto poi riguarda l’energia nucleare, Obama è convinto che il raggiungimento degli obiettivi climatici sia impossibile senza l’utilizzo dell’energia nucleare, pur se volendo considerare in via prioritaria i problemi di sicurezza relativi alle scorie radioattive e alla loro conservazione.

Obama, infine, prevede di iniziare un programma di “responabile” utilizzo delle risorse fossili (petrolio e gas naturale) presenti nel sottosuolo americano, attraverso l’apertura di nuovi pozzi in Alaska, Arkansas, Montana e North Dakota, e l’utilizzo più efficiente di pozzi e giacimenti già in uso.

Efficienza energetica, Smart Grids e il problema del frontloading

Uno dei punti che viene troppo spesso sottovalutao è che in nome dell’efficienza energetica e degli investimenti in fonti di energia rinnovabili si sottovaluta l’enorme sforzo energetico necessario per operare questo salto di qualità, o addirittura questa transizione energetica. Turbine eoliche, pannelli solari, impianti geotermici, impianti di co-generazione, automobili ibride o a combustione flessibile, l’isolamento termico di edifici e le cosiddette smart grids (reti di distribuzione di energia intelligenti) richiedono il consumo di un’enorme quantità di combustibili fossili per entrare in produzione, e quindi un frontloading fenomenale che viene giustamente paragonato - non ad un new deal, che poneva al centro progetti basati su low inputs, e cioè sul lavoro umano, al fine di garantire un salario ai più - ma ad uno sforzo bellico, in cui la nazione è trasformata in fabbrica. Questo frontloading, ossia questa “anticipazione” di energia e quindi di emissioni sembra poco compatibile con la necessità di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nel brevissimo periodo (un decennio a sentire il climatologo James Hansen) al fine di invertire il trend di crescita della CO2 nel 2015 al più tardi. Inoltre,

The assumption is that it is a good idea to have one long, last party, if that gets us to lower energy usage in the first place - but the question is, does it get us to the lowest total energy usage we could get to? Or are there are other approaches that have less risk of long term harm, and that ultimately reduce our fossil fuel usage further - such as getting out of private cars altogether and focusing heavily on energy consumption (estratto da A New Deal or a War Footing? Thinking Through Our Response to Climate Change, in inglese)

Il consumo come problema non viene considerato, invece premendo sulla crescita del consumo come soluzione, anche se di un consumo verde, secondo le concezioni di sostenibilità e di modernizzazione ecologica proprie della nuova sinistra “moderna” e capitalista (e questo discorso vale a maggior ragione per il Partito Democratico e il recente new deal verde in piccolo resentato da Veltroni)

Conclusione

In conclusione, il programma ambientale, climatico ed energetico di Obama è in linea con i dettami del “capitalismo naturale” di Amory Lovins, o della visione di Rifkin, o ancora del capitalismo dal volto umano di Giddens e della cosiddetta “terza via”, visione politica supportata, tra gli altri, da Tony Blair e Bill Clinton. Una visione, quella di Obama, si progressista, ma lontana da un riconoscimento del nesso strutturale, profondo, tra cambiamenti climatici, disastri ambientali e problemi di povertà dei paesi della “periferia” globale. Appare chiaro che Obama, pur rappresentando un punto di svolta rispetto alle politiche dell’amministrazione Bush, non rappresenta alcun cambiamento radicale, rimanendo ancorato ai vecchi paradigmi dell’efficienza e alla dipendenza da combustibili fossili ed energia nucelare. GiustiziaClimatica si sente di poter dire a cuor leggero che con Obama non vi sarà nessuna rivoluzione ecologica, e nessun new deal verde, ma piuttosto una visione di capitalismo progressista in cui ogni problema strutturale esistente rimarrà al suo posto.

Per finire, e come già accennato, un aspetto che manca del tutto dal discorso politico di Obama - come anche di Gore del resto - è il discorso del consumo, o meglio della necessità di confrontarsi con il problema del consumo, che è alla base dei problemi ecologici e climatici locali e globali. Invece la risposta politica si impernia sulla crescita economica, seppur “verde”, nel tentativo di risolvere le due crisi ambientale ad economica con la solita vecchia ricetta della crescita economica e dell’aumento di produttività. Alla luce di queste considerazione - e dell’intera analisi - appare chiaro come il contributo di Obama alla prossima conferenza sul clima di Copenhagen COP15 sarà soprattutto indirizzato verso la creazione di un mercato globale del carbonio, così come immaginato dal recente documento della Commissione Europea sui parametri necessari per un accordo internazionale sul clima da raggiungere a Copenhagen, e sulla spinta verso efficienza energetica e sviluppo tecnologico.

Vi invitiamo a leggere la Dichiarazione di Poznan: un nuovo piano radicale per la giustizia climatica!

Note:

[1] Vedi, tra gli altri, Moetzi (1998) e i programmi dei candidati presidenziali americani (sia demcoratici che repubblicani) per quanto riguarda gli USA. Vedi il Green Paper della Commissione Europea “A European Strategy for sustainable, Competitive and Secure Energy”, Marzo 2006. per l’Europa.

Bibliografia

  • Ashford, N.A., 2000, An Innovation-Based Strategy for a Sustainable Environment in Innovation-Oriented Environmental Regulation: Theoretical Approach and Empirical Analysis, J. Hemmelskamp, K. Rennings, F. Leone (Eds.) ZEW Economic Studies. Springer Verlag, Heidelberg, New York 2000, pp 67-107 (Proceedings of the International Conference of the European Commission Joint Research Centre, Potsdam, Germany, 27-29 May 1999.)
  • De Lucia, V., (2007) Is supplementarity sustainable? Economic, health, environmental and political reasons supporting domestic climate policies in Conference Proceedings of the 3rd International Conference on Green Energy (IGEC III), June, 17-21 2007, Mälardalen University Press 2007
  • Driesen D. 2003, The economic dynamics of environmental law, 2001 MIT Press
  • Greene, D., Kahn, J. and Gibson, R., 1999 Fuel economy rebound effects for US household vehicles, Energy Journal 20 (1999) (3), pp. 1–29
  • Herring, H., 2006, Energy efficiency—a critical view. Energy volume 31, Issue 1, January 2006, Pages 10-20 - The Second Biennial International Workshop “Advances in Energy Studies”
  • Herring, Horace (Lead Author); Cutler J. Cleveland (Topic Editor). 2008. “Rebound effect.” In: Encyclopedia of Earth. Eds. Cutler J. Cleveland (Washington, D.C.: Environmental Information Coalition, National Council for Science and the Environment). [First published in the Encyclopedia of Earth August 30, 2006; Last revised November 18, 2008; Retrieved January 19, 2009].
  • Maniates, M. F., 2001, Individualization: Plant a Tree, Buy a Bike, Save the World? Global Environmental Politics, August 2001, Vol. 1, No. 3, Pages 31-52
  • Maréchal, K., The economics of climate change and the change of climate in economics, Energy Policy 35 (2007) 5181–5194
  • Moezzi, M., 1998, The Predicament of Efficiency, Proceedings of the 1998 ACEEE Summer Study on Energy Efficiency in Buildings, August 1998
  • US Department of Energy, Energy Information Administration: http://www.eia.doe.gov/emeu/aer/pdf/pages/sec1_12.pdf e http://www.eia.doe.gov/emeu/aer/txt/ptb0105.html
  • van den Bergh, J., Faber, A., Idenburg, A., Oosterhuis, F., 2006, Survival of the greenest: evolutionary economics and policies for energy innovation Environmental Sciences, Volume 3, Number 1, March 2006 , pp. 57-71(15)
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Comments

4 Responses to “Clima, Obama e Cambiamento: il new deal verde è realtà o illusione?”

  1. Michael Maniates
    February 2nd, 2009 @ 10:49 pm

    Many, many thanks for mentioning my work in your blog. I’m pleased that you found it useful.

    With all best wishes,
    Michael Maniates

  2. Michael Maniates
    February 2nd, 2009 @ 10:51 pm

    Ah, I should have mentioned this…for more on “easy” and sacrifice, see:

    Cheers,
    MM

  3. VDL
    February 5th, 2009 @ 3:06 pm

    The link Professor Maniates meant to share is: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/11/21/AR2007112101856.html “Going Green? Easy Doesn’t Do It” (in inglese)

  4. Verso Copenhagen: un’analisi critica della politica climatica di Barak Obama : Giustizia Climatica
    March 10th, 2009 @ 6:23 pm

    [...] climatica di Barak Obama. L’articolo è una versione rivista, corretta e ampliata del post pubblicato recentemente sul sito di GiustiziaClimatica. Leggi l’articolo Verso Copenhagen: un’analisi critica [...]

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